Guerra e potere in Siria

Aleppo2

Non vedo parti con cui schierarsi e, quello che più mi angoscia, è che non vedo soluzioni praticabili.
Vedo l’orrore della guerra e osservo la nostra indifferenza verso quell’orrore. Il progressivo cinismo che ci fa levare lo sguardo da chi da quella guerra fugge.

Aleppo

L’implosione del sogno di un’Europa unita in pace dove, pur di soddisfare l’appetito della bestia ignorante razzista, non si esita ad innalzare muri e barriere per tenere l’uomo lontano dall’uomo e nascondere la guerra voluta da quegli stessi governi.

la strada

Vedo tutto questo e temo tutto il resto che i miei stanchi occhi saranno ancora costretti a vedere: quei padri sono io? quei figli, saranno i miei? E, ancora, non vedo soluzioni, né qui, né altrove.

Il potere gioca coi dadi delle nostre vite e ci costringe a rotolare nel suo gioco e a mostrare una faccia. Lui che non ne ha una, usa le nostre per vincere o perdere.

E quando perde, siamo noi che perdiamo. E quando vince, ci illudiamo che perdano altri.

– – –

In Siria, un bombardamento ha colpito un ospedale in Aleppo, pare che questa volta la colpa sia del Governo o dei suoi alleati. È rimasto ucciso anche l’ultimo pediatra rimasto in città.

Intanto l’Austria ha deciso che chiuderà il passo del Brennero con un muro, l’Inghilterra ha rifiutato rifugio a tremila bambini intrappolati a Calais ed il Canale di Sicilia continua ad ingoiare nuove vite.

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Chi arriva, chi parte, chi resta

Alcune osservazioni sul libro Al palo della morte di Giuliano Santoro

Il 18 settembre del 2014 moriva a Torpignattara Mohammad Shahzad Khan, giovane lavoratore pakistano, ucciso di botte da un minorenne italiano. Ci vorrà qualche giorno per capire come si sono svolti i fatti. Ci vorrà un anno per stabilire una verità giudiziaria. Ci vorrà più tempo ancora perché il quartiere si interroghi sull’accaduto e inizi a reagire.

“Cosa hai, perché giri senza pausa e non smetti di cantare, dove vai a dormire stanotte, hai bisogno di qualcosa?” Questo vorrei aver chiesto a Shahzad quella notte, quando lo sentivo girare per le vie del quartiere. Invece ho chiuso la finestra, sperando che andasse via o che smettesse. Poche strade più in là, pochi minuti dopo, Shahzad ha trovato la morte – una mano de fero, nel linguaggio cinematografico del verdoniano Mario Brega, adottato come metafora da Santoro, che si chiede se qualche altra mano-piuma avrebbe potuto aiutare Shahzad. Forse la mia? Resterà sempre il dubbio.

al-palo-della-morte-alegreMa tutto questo succederà dopo. Dopo aver collegato l’omicidio di cui tutti parlano e la scena vissuta, dopo comunque aver assistito al corteo di amici e famigliari dell’allora presunto omicida che si snodava per via Malatesta chiedendone il rilascio.

Non solo i famigliari e gli amici, anche semplici conoscenti di conoscenti, con cui mi è capitato di parlare, minimizzavano le responsabilità del minorenne romano, minimizzavano in generale la portata dell’accaduto. Pronti a credere (o a far credere) a qualunque versione – il pakistano era ubriaco, era già stato picchiato prima da qualcun altro, ha provocato sputando – purché fosse chiaro che ad essere in gioco era la vita del diciassettenne, non quella di uno straniero cui era stata tolta. Ed eccola l’implicazione filosofica e universale di questa vicenda tanto misera e tanto locale. Uno straniero è stato ucciso. Una persona ha ucciso uno straniero. Una persona ha ucciso una non persona. È possibile dunque dividere il mondo in persone e in non persone? Quanto è radicata una cultura del genere? È destinata a crescere? Si può contrastarla? E come?

Le storie nel mosaico urbano

Al Palo della Morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia” (Edizioni Alegre, 173 pp., 15 Euro) è il libro che Giuliano Santoro ha scritto, tentando di raccontare, insieme all’omicidio, le pulsioni profonde che animano questo spicchio di periferia storica, fin dalla sua nascita. Quella di Shahzad è una storia che intercetta altre storie tra loro concatenate. Frammenti che, come le tessere di un mosaico, restituiscono un quadro d’insieme solo da una certa distanza, da cui si riescono a cogliere le trame interconnesse. Allontanandosi e avvicinandosi nel tempo, entrando e uscendo dalle case, dal quartiere e dalla città, l’autore ci invita a modificare la messa a fuoco continuamente, evocando “ciò che ci è familiare allo scopo di turbare le aspettative, stimolare l’attenzione su quello che la realtà nasconde, individuare discordanze più che affinità.”

Mosaico Urbano è anche il titolo del bel libro dell’urbanista Carmelo Severino (Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore) che segue il filo rosso delle trasformazioni urbane. La dinamica delle forze sociali che si sono coagulate sul territorio e danno vita a un quartiere popolare che accoglierà nel tempo esperienze del movimento operaio, immigrati dalle campagne, comunità imperniate attorno alle parrocchie, (di Sant’Elena inizialmente e poi di San Barnaba, San Leone Magno e San Luca). Il mosaico è nell’eterogeneità urbanistica del quartiere, le cui diverse parti restano distinte e avulse dal contesto, in attesa di un’armonizzazione sempre perseguita, ma mai realizzata. Dal dopoguerra esplodono degrado urbano e marginalità sociale, in un contesto di sviluppo del territorio che vede prevalere gli interessi immobiliari e determina il definitivo venir meno dell’opzione industriale, senza apportare la necessaria riqualificazione urbana. Soltanto negli ultimi anni, grazie ad una diversa sensibilità urbana, si è avviato un lento e graduale processo di rinnovamento che stenta, però, a decollare nella pienezza della sua potenzialità. Un processo difficile, conclude Severino, che se non accompagnato da adeguate istanze partecipative, può comportare la trasformazione del tessuto identitario del quartiere. E che, possiamo aggiungere oggi, a dieci anni dalla pubblicazione del libro, troppo spesso si intreccia e si confonde con dinamiche di gentrificazione, che l’identità del Pigneto e zone limitrofe  rischiano di affossare definitivamente.

Proprio il tessuto identitario del quartiere è l’oggetto della particolare indagine del nostro Santoro che scava nella cronaca e nelle pieghe della storia per raccontare quello che è accaduto, senza bisogno di addomesticare la realtà ma per scovarvi delle possibilità. Anche queste passano per percorsi di partecipazione.

Non passa per percorsi di partecipazione invece l’indagine sulla sicurezza svolta dal comune di Roma nei giorni scorsi del febbraio 2016 con un questionario disponibile online. Di fronte alla definizione di sicurezza offerte, pare che invece l’approccio istituzionale voglia prescindere dalle dinamiche sociali collettive e da percorsi di partecipazione pubblica. Si propongono più controlli di polizia, illuminazione, videosorveglianza, pulizia, limitandosi a considerare la cittadinanza un termine passivo della politica metropolitana cui proporre servizi di polizia/pulizia, piuttosto che una forza in grado di appropriarsi del territorio che abita. Con buona pace di chi tenta un debunking di parole apparentemente neutrali come pulizia e decoro (si veda Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza di Tamar Pitch).

Naturalmente Santoro appartiene a quest’ultima schiera e puntualmente infila il dito nella piaga quando descrive la fuga nel privato domestico, barricati nel fortino della proprietà, dove disagio e povertà possono nascondersi nella solitudine della propria casa. Mentre fuori ci sono loro, che occupano i marciapiede per pregare, che si appropriano di spazi che a noi sembravano obsoleti e oramai scomodi anche per passeggiare. In questo quadro, le campagne contro il degrado o per la sicurezza, lungi dall’intercettare una cittadinanza attiva, si ribaltano di segno e sfociano nel quartiere in pestaggi a sangue di residenti bengalesi ad opera di giovani fascisti nel pieno di un rito di iniziazione propedeutico alla loro accettazione nel gruppo militante. Vengono da fuori a fare i “banglatour”, si accaniscono contro i bengalesi perché considerati particolarmente miti e non pericolosi. Vengono a Torpignattara da fuori, a far palestra di razzismo.

Tre mondi da tenere assieme

Ma quello di Shahzad è un altro episodio, che racconta un’altra storia. Una famiglia che abita il quartiere da anni, una giovane coppia di loro vicini di casa, recentemente trasferitasi nel quartiere. Due modi di vivere un quartiere, due mondi che insistono su un territorio, che, insieme a quello di Shahzad fanno almeno tre: chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città o del paese, chi, non essendo riuscito a partire, è costretto a restare, subendo un cambiamento urbano che non è in grado di governare.

Illuminante è la descrizione dei rapporti della testimone chiave dell’omicidio (la cui testimonianza permetterà di accertare i fatti e di condannarne gli esecutori, di lei vicini di casa) con i rappresentanti istituzionali, carabinieri, questurini, giudici ma anche giornalisti e avvocati: tutti continuavano a dire quelli là per indicare i suoi vicini di casa, che lei combattuta da mille sensi di colpa contribuisce a far arrestare per la morte di un uomo che potrebbe essere un altro vicino di casa. Quelli là, come se la componente sociale cui appartengono, quella del ceto popolare che da sempre vive a Torpignattara, fosse un corpo sociale a sé stante. Come se le vite di questa gente scorressero in un universo parallelo, che solo raramente incontra il nostro.

Ancora più illuminanti sono le parole che il padre del minorenne omicida (poi condannato anche lui, sempre per omicidio) rivolge sprezzante e disperato alla nostra coppia di testimoni: Non avete visto niente, siete delle spie, comunisti di merda. Tornatevene ai Parioli, zecche! Ai Parioli. Zecche. Le zecche stanno ai Parioli. Un nome che evoca viali alberati in collina, sospesi tra l’ansa del Tevere, Villa Ada e Villa Borghese. Roma Nord. R1ichiama il Piperno de Le peggiori intenzioni, la provenienza degli assassini del massacro del Circeo, gli intrecci tra l’affarismo parastatale e la borghesia nera raccontata da Smeriglio in Suk Ovest. Invece, no. I luoghi comuni si ribaltano nel loro opposto. Una frase che comunica molto più di quel che dice, a saperla leggere. Siete ricchi, quindi zecche. Venite da fuori (da tutti i Parioli del mondo, ma non da qui) a portare una morale altra, diversa, esterna, da fuori. Quasi a incarnare la nemesi e il fallimento del Partito intellettuale organico, che ambiva ad elevare le classi popolari con un’iniezione di coscienza esterna. Il partito è morto, le classi popolari abbandonate, l’intellettuale boccheggia, ridotto a knowledge worker precario e malpagato, resta la coscienza esterna. Da fuori. Dai Parioli.

A chi dovesse risultare spiazzante l’idea che la Roma ricca del centro si collochi più a sinistra della Roma popolare delle periferie, consiglio la lettura del breve ma significativo “Roma, non si piange su una città coloniale” di Walter Tocci e, in particolare, dell’analisi elettorale contenuta nell’appendice curata da Federico Tomassi. Dividendo il territorio comunale in cerchi concentrici, è possibile isolare quattro porzioni di città: il centro, la periferia storica, la periferia anulare dentro al GRA, la periferia anulare fuori dal GRA. Ebbene sì, più si procede verso l’esterno, più diminuiscono i voti alla sinistra (al PD ma anche a SEL e alla lista Tsipras). La destra ha un andamento a “U”, forte in centro e nella periferia anulare fuori GRA. Curiosamente, un consenso speculare a quello della sinistra è quello del M5S, che prende tanti più voti quanto più ci si allontana dal centro.

Forse questo andamento era chiaro anche a chi, nei giorni immediatamente precedenti l’omicidio e poi per altre settimane ancora, tentava di costruire una presenza organizzata della destra post-fascista a Torpignattara. La notte del 18 settembre sarebbe finita nello stesso modo se il tema dell’immigrazione e dell’identità non fosse stato cavalcato con quell’intensità? Non possiamo saperlo.

Quello che sappiamo è che il tessuto sociale a brandelli delle periferie storiche è in continua mutazione e che le risposte della politica cittadina sono largamente insufficienti, quando non apertamente controproducenti (si veda il questionario menzionato in apertura). È opinione di chi scrive che solo il protagonismo della cittadinanza attraverso le mobilitazioni su specifiche vertenze possa modificare il nefasto stallo che si è creato in città, basato sull’equilibrio tra interessi fondiari, consorterie consolidate e politica. E una risposta in questo senso è arrivata proprio all’indomani dell’omicidio di Shahzad, con un fiorire di mobilitazioni e di vertenze promosse dal tessuto associativo che storicamente presidia il quartiere. Da noi/loro, Italiani/stranieri, la dicotomia si è spostata all’opposizione territorio/istituzioni e, per un certo tempo, il tentativo di strumentalizzare il disagio per aprire a infiltrazioni postfasciste è stato respinto. Non senza prezzo, però.

Tenere assieme i tre mondi (chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città, chi è costretto a restare) comporta la rimozione di quello che è accaduto. Non si parla di razzismo, non si vuole dividere il territorio, non si vogliono urtare sensibilità. Ancora oggi, non una targa, non un fiore a ricordare la giovane vita brutalmente terminata in quell’afosa sera di settembre. Ancora oggi, la moglie e il piccolo che Shahzad non aveva neanche avuto il tempo di conoscere, mancano del proprio padre e marito, che era partito per lavorare all’estero e non è più tornato.

Non stupisce allora che, fra tutte le iniziative che si sono succedute nell’autunno 2014 e poi per buona parte del 2015, non ve ne fosse una destinata a loro. È ora, invece, di ripartire da questioni concrete e realizzabili. Possiamo e dobbiamo promuovere solidarietà concreta verso questa famiglia, travolta da un omicidio di stampo razzista. Possiamo e dobbiamo parlare di dinamiche virtuose di convivenza, quando non di integrazione. Possiamo e dobbiamo promuovere iniziative di contrasto a xenofobia e razzismo, prioritarie oggi più che mai.

Robert Castrucci, 20 febbraio 2016

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Marino: Tre indizi, un colpevole e qualche cadavere

Questa è un’indagine sui generis. Un’indagine in cui il colpevole è certo ma resta indeterminato il numero delle vittime e rimane ignoto il movente.
Sulle vicende del Sindaco di Roma Ignazio Marino, la strategia del Partito Democratico va senz’altro interamente ricondotta al suo Segretario, incidentalmente anche Presidente del Consiglio.
Ci si chiede da cosa sia originata e dove voglia portare codesta strategia.
È la panda rossa?, sono gli scontrini?, le vacanze?, i funerali di Casamonica ?

Ma davvero?

Interrogati su quali siano le reali motivazioni – sì, ma perché? – che spingono il PD a disarcionare il proprio Sindaco- umiliandolo -, per giunta al di fuori di percorsi e luoghi istituzionali – al pari del Sindaco – democraticamente eletti, come il Consiglio Comunale, balbettano:

  1. “Si è interrotto il rapporto con la città”
  2. “non sussistono più le condizioni politiche”
  3. “Il PD è già oltre la sindacatura Marino”

Indizio numero Uno: Il rapporto con la città non c’è mai stato

Con quale città si è interrotto il rapporto e, di grazia, quando? C’è mai stato? E, se sì, con chi? Prima di questo vorticoso accumularsi di cotante grottesche vicende, conoscevo poche persone che condividessero fino in fondo il programma di Marino e che esultavano di fronte alla pedonalizzazione dei Fori: ciclisti, qualche urbanista, archeologi, …
In compenso, oggi, il numero di cittadini sostenitori del Sindaco sembra aumentato. Non solo e non tanto perché dopo due anni di azione amministrativa, qualcuno inizia a capire la sensatezza dell’insano intento di voler far rispettare la legalità nella città di Roma, come unico antidoto di una cittadinanza atomizzata e frammentata tanto a livello sociale, politico ed economico, quanto a livello spaziale e urbanistico nei confronti dei cento e mille interessi particolari che la tenevano in ostaggio.

Marino sembrerebbe crescere nelle simpatie dei Romani, nonostante la batteria di fuoco sparata da ogni livello di potere nell’Italia che conta (dal Papa ai maggiorenti di Roma, passando per la Presidenza del Consiglio) o che vorrebbe contare (dal Presidente del PD e suo commissario romano all’insolitamente loquace Fabrizio Barca), che tosto si è sovrapposta ai piccoli e noti poteri che in contanti campavano nella capitale e sulle sue spalle (dai palazzinari alle famiglie del commercio ambulante organizzato, dai cattobigotti omofobi agli incarogniti campatori di risulta delle tante aziende pubbliche locali la cui missione ufficiale di erogare servizi era in realtà seconda alla prima e vera ragione sociale: il foraggiamento di un sistema imprenditoriale, di dazione di denari e di posti di lavoro, di potere e di case in affitto agevolato, di stamperie di biglietti clandestini e di arricchimenti sulla spazzatura) e sulle voci di una consistente parte di cittadini, per nulla toccata dall’azione amministrativa e che non vedeva miglioramenti nella propria vita quotidiana.
Non solo e non tanto – dicevamo – nonostante siffatti martellanti bombardamenti, ma forse è anche in virtù di questi che il romano, eterno disincantato vivente all’ombra del potere – chi amministra, amminestra -, inizia a pensare che di fronte a tanti nemici, forse Marino qualcosa di buono lo stia facendo.

Perché dunque, si sostiene che si sia interrotto il rapporto con la città, quando questo in realtà, non c’era mai stato (ma si rischia di crearlo proprio come conseguenza boomerang della citata strategia)?

Quale novità è intervenuta?

Si pensa male e si fa peccato a considerare l’inaudita giubilatura americana di Papa Francesco come una novità degna di rilievo in questo senso?

Ad ogni modo, ci si azzecca? Oppure è condizione necessaria ma non sufficiente a giustificare un tal carico di fuoco – Orfini ha evocato la bomba atomica! – sparato contro un amministratore locale nell’attuale Italia gestita ormai quasi del tutto a livello centrale, grazie al sapiente governo dei flussi finanziari e delle onde catodiche?

Indizio numero due: le condizioni politiche sono mutate

Quali sono dunque queste mutate condizioni politiche invocate dai dirigenti romani del PD quando richiesti di giustificare una linea che, nel travolgere il mandato e la figura del sindaco, porterà ad auto-immolare anche il partito da loro diretto?

C’entra o non c’entra l’allargamento della maggioranza parlamentare conseguita a livello nazionale in occasione del varo della riforma del Senato?
C’entra l’ingresso di Verdini e verdiniani in maggioranza e lo scioglimento delle componenti centriste della maggioranza di governo, in attesa di essere roganicamente inglobate nel nuovo Partito della Nazione?

renziverdiniSono queste le mutate condizioni politiche, ovvero il superamento del carattere occasionale di un governo di larghe intese fondate sul compromesso parlamentare tra uno schieramento di centro-sinistra e uno di centro-destra, in vista di un riallineamento strategico dell’asse del PD nell’area di centro, erede del posizionamento democristiano?

Roma è pur sempre la capitale d’Italia e la città sede del Vaticano. Il superamento della Seconda Repubblica, fondata sull’alternanza al governo di centro-destra e centro-sinistra, passa necessariamente per la distruzione dell’amministrazione locale capitolina?

Considerata isolatamente, la condizione non sembrerebbe necessaria e tantomeno sufficiente. Perché mai la sindacatura Marino dovrebbe essere d’ostacolo al progetto neocentrista di Renzi e Verdini?

Ma se combinata con gli interessi – quelli spirituali ma soprattutto quelli temporali – della Chiesa, potrebbe assurgere quantomeno a condizione necessaria, ancorché non sufficiente. È necessario il sigillo curiale all’operazione neo-democristiana? E nel suo prezzo c’è l’annientamento di Marino?

Indizio numero Tre: il superamento della sindacatura Marino

Il PD è già oltre. E dov’è andato?

Non è certo andato a cercare un altro candidato che possa rappresentare un polo progressista da contrapporre a un polo moderato in un’elezione diretta. Non lo è andato a cercare a Milano (ri-novella capitale morale, a dichiarazione del magistrato prestato all’azione amministrativa anticorruttela Cantone), dove quasi certamente salteranno le consultazioni primarie in favore dell’investitura dall’alto di una figura centrista, in grado di attrarre la borghesia moderata.

E non lo verrà a cercare di certo a Roma, dove peraltro, anche in seguito alla dissennata strategia harakiri, risulta dimezzato nei suoi voti potenziali .

È già oltre la sindacatura Marino significa che è già oltre la figura di un sindaco eletto dagli elettori?

Già oltre nel senso che per qualche tempo – c’è il Giubileo, poi ci sarà da approvare la riforma degli enti locali, le città metropolitane, da risolvere il pasticcio delle provincie e da riformare anche le unità regionali – Roma sarà amministrata da un commissario di nomina governativa?

Mi permetto di far notare la novità: ce lo aspetteremmo da un Governo che ha soppresso l’elezione dei consigli provinciali ma non delle Provincie? Ce lo aspetteremmo da un Governo che ha fatto abolire l’elezione diretta dei Senatori ma non il Senato? Boh?
Un po’ forse ce lo si potrebbe aspettare che, per il bene del popolo – sempre per il bene del popolo, naturalmente – si richieda che questo non intervenga nelle scelte su chi lo debba governare.

Almeno per un po’, dai su. Una volta sola: proviamo e vediamo se ti piace. Poi torniamo a farlo normalmente. E dai, su.

È qui che va il PD, verso una nuova formazione neo-centrista che governi a livello nazionale e che gestisca le articolazioni locali dello Stato come proprie emanazioni?

Tre indizi, ancora nessuna prova ma più di un cadavere

Agatha Christie sosteneva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza ma tre indizi fanno una prova. Ma questo non è un poliziesco, un giallo e neanche un telefilm.

agatha-christie

Naturalmente se si escludono “House of cards” – che il Presidente Renzi indica come visione consigliata per tutti i quadri del suo partito e il cui copione sembra seguire pedissequamente – Romanzo Criminale e Suburra, entrambi superati dai fatti.

Quindi tre indizi restano tre indizi. E tre giustificazioni senza contenuto restano tre forme vuote in cui ciascuno inserisce quello che meglio crede. Io ci ho messo quanto sopra.

Abbiamo un colpevole. Sappiamo chi detta l’agenda, chi formula la strategia, chi oggi fa le “telefonate da Roma” e non escludiamo l’intenzionalità dell’esecuzione.
Mentre ci esercitiamo nel cercare il movente, iniziamo a scorgere le prime vittime e lungo il fiume cinese ci passano innanzi un po’ di cadaveri:

Ignazio Marino. Forse resisterà ancora qualche settimana, forse qualche mese, i più arditi sperano ancora tre anni ma ormai la sua stella politica pare tramontata. Potrebbe ripresentarsi a testa di una lista civica, perché ci crede o “per tigna”, potrebbe anche prendere un po’ di voti, potrebbe addirittura contribuire a determinare l’elezione di un candidato piuttosto che un altro ma difficilmente riuscirà ad essere rieletto sindaco. A meno di condizioni eccezionali come quelle verificatesi a Napoli con De Magistris.

Matteo Orfini. Come sostiene Gramellini su La Stampa di oggi, “Orfini è la prova vivente dell’astuzia di Renzi, che dopo avere rottamato i vecchi del partito togliendo loro le poltrone, ora rottama i giovani e potenziali concorrenti semplicemente assegnandogliele.”

Il PD di Roma (in attesa di trovare il cadavere del PD nazionale). Non si solleverà più da questo disastro.

La democrazia rappresentativa. Non importa chi voti, importa chi vota il potere. Se voti diversamente, il potere farà in modo di vanificare il tuo voto e, al limite, di togliertene la facoltà.

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Chiamate Matteo

Il Sindaco Marino ha ritirato le dimissioni.

Adesso si dimetteranno i 19 consiglieri del PD.
No, forse solo 15, oppure 12, o 10.
Il PD chiederà ai rappresentanti delle opposizioni di dimettersi anche loro ma senza garanzie.
Nel frattempo, nel consiglio comunale consiglieri dimissionari voteranno (con chi?, con le destre?, la mozione in campo del M5S?) per “sfiduciare” un sindaco non più dimissionario.

– No, contrordine: non ci si dimette più, si vota la mozione …
– quale mozione? Dov’è?
– Ah, sì, c’è quella del M5S, votiamo quella.
– No, non si può votare la mozione a quelli, poi sai che romanzetti sul sacro blog…
– Allora presentiamo una mozione noi.
– Ok, la potremo votare non prima di 10 giorni e non più tardi di 30. Ma quelli che fanno, ce la votano?
– Boh?! Noi non gli abbiamo voluto votare la loro.
– Ok, riunite i conisglieri.
– Chi, quelli dimissionari o quelli non dimissionari?
– Ma i consiglieri dimissionari hanno 20 giorni per ripensarci o meno (o più)?
– Ma riusciranno ad essere nel pieno dei loro poteri in tempo per votare la mozione di sfiducia?
– Non lo so, non lo so: chiamate Matteo.
– Quale Matteo?
– Quell’altro.
– Non risponde
– Ok, allora facciamo così: non gli votiamo il bilancio; lo mandiamo sotto e poi il Governo lo commissaria. Entro dicembre, massimo gennaio, ce la facciamo.
– Quindi non si dimettono i consiglieri?
– Non lo so!
– Che dice Matteo?
– Quale Matteo?
– Quell’altro.
….

Spermarino

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Onestà

Città polverizzata
Atomi scorrono sul Tevere e si scontrano
Tra loro.
Dentro e oltre al Fiume affogano
Nel fango del malaffare.

E molecola non si aggrega in un corpo pesante
E pensante lo scontro
Coi guardiani del potere – molle, eppur solido
Dei soliti – E dunque,
L’onestà, parola frusta e consunta,
Nasconde il volere nuovo di cercare
Ancora, oltre e contro questi
Squallidi padroni piccoli
Piccoli ma dal grande appetito.

Stanchi di essere portata,
Piatto unto e lacero e posata
Dell’altrui godere mangereccio,
Dietro la facciata dell’onestà
Chiediamo altro:
Un’altra città
Un’altra vita che non le file, il cemento,
Il tempo sottratto ad arricchir le vite loro.

Una parola che dia la forza di unire
Il diviso e sommare il sottratto.

Marino

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Così il tempo passò che sulla terra m’era stato dato

Ancora su Ignazio Marino, che ieri alla fine s’è dimesso.

Il bel pezzo di Jacopo Tondelli su gli Stati generali, si chiude con un avviso:

“La città eterna che ha preso a schiaffi Marino non è gentile con nessuno.

Con nessuno, Matteo: con nessuno.”

L’essere gentili mi torna in mente Brecht

(A coloro che verranno)

Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano poche. La meta
era molto lontana.
Era limpidamente visibile, seppure anche per me
quasi irraggiungibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato

Voi che emergerete dai flutti
da cui noi fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
a cui voi siete sfuggiti.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando c’era solo ingiustizia, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro lo squallore
distorce i lineamenti.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto aprire il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

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Stanno già brindando

Col bicchiere tra le mani e il sorriso a 36 denti salutano il Sindaco Marino che – sperano – se ne va.

Pronti ad addentare la loro fetta di città. I palazzinari, Caltagirone in testa, in attesa di politiche di sviluppo urbanistico (sic!) che permettano loro di inondare di cemento le praterie di Tor Vergata, assieme alle zone dell’agro ancora non distrutte dalle loro febbrili e fallimentari manie casificatorie.
Ridono anche i comitanti per le olimpiadi, i consorziati per le metropolitane, gli appaltatori delle supercazzole inutili, costose ed orribili.

Brindano quoque i giubilanti, al di qua e al di là del Tevere: in discesa rotolano i trenta denari verso le loro misericordiose casseforti.

Si sbellicano dalle risate i marmisti che hanno lastricato di lapidi le stazioni della Metro C e che non vedono l’ora di restituire il marmo alla porta San Giovanni (trafugato nei millenni dai marmisti loro avi) nella nuova folgorante stazione ancora da realizzare.
Un sorriso speciale da parte del pettoruto Alfio Marchini che, accanto all’ambizione di diventare finalmente sindaco, non vede l’ora di ristrutturare il suo patrimonio immobiliare con le agevolazioni che vorrebbe elargite dal Comune.

Sorridono i capibastone del PD, cui era stato ingiustamente negato il meritato assessorato, per ottenere il quale avevano preceduto Alfano e Verdini nella transumanza.
Gioiscono gli esponenti dei partiti alleati perché sperano – illusi! – che finalmente potranno piazzare un assessore della loro corrente in Giunta, qualunque essa sia, qualunque cosa faccia…

Se la ridono gli affaristi del mondo della monnezza che finalmente potranno tronare a lucrare sulle discariche abusive e a far soldi sullo smaltimento dei nostri rifiuti.
Cantano i vigili urbani che torneranno nei loro quartieri come boss ad aprire le mani e le tasche per graziare baristi, ristoratori, commercianti, grossisti ed artigiani sulle cui piccole e grandi irregolarità chiuderanno di nuovo occhi e orecchie.
Tirano un sospiro di sollievo gli imbucati dell’ATAC di Alemanno, assunti per inutili inesistenti lavori al posto di autisti, macchinisti e meccanici.
Sorridono anche le ditte che, mancando meccanici qualificati nelle officine, sguazzavano negli onerosi appalti di manutenzione.

Balleranno i destri e i fascistelli che, dopo aver saccheggiato le finanze pubbliche, sperano di tornare al governo di una città coi conti ormai in ordine e di nuovo saccheggiabile.

Si galvanizzano i pentastellati, illusi di avere di nuovo il monopolio dell’onestà e seriamente convinti di ottenere la maggioranza dei voti dei romani.

Stappano il campari gli spiaggiati del lido degli ostiensi: torneranno ad appropriarsi delle nostre spiagge?

Sputano soddisfazione i mille e diecimila piccoli abusatori dei beni pubblici, convinti di poter tornare a violentare le nostre strade e i nostri quartieri con i loro miseri e squallidi interessi individuali.
Con quale soddisfazione si faranno l’occhietto gli intellettuali, gli artisti e gli spettacolanti teatranti, musicanti e televisisti che amavano la simpatia di Veltroni e proprio non potevano sopportare Marino l’antipatico.

Rideranno infine tutti quei romani che si sono lasciati condizionare dai di sopra interessati alla caduta di Marino, cui hanno rinfacciato le colpe di anni e anni di malaffare, sperpero di denaro pubblico, indifferenza istituzionale.

A chi pensava che finalmente qualcosa stava cambiando nell’eterna città di Roma, che forse c’era qualche speranza e un’alternativa all’eterno declinoso disfacimento della città, non rimane che una flebile e ostinata speranza, quella dell’illuso.

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