Così il tempo passò che sulla terra m’era stato dato

Ancora su Ignazio Marino, che ieri alla fine s’è dimesso.

Il bel pezzo di Jacopo Tondelli su gli Stati generali, si chiude con un avviso:

“La città eterna che ha preso a schiaffi Marino non è gentile con nessuno.

Con nessuno, Matteo: con nessuno.”

L’essere gentili mi torna in mente Brecht

(A coloro che verranno)

Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano poche. La meta
era molto lontana.
Era limpidamente visibile, seppure anche per me
quasi irraggiungibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato

Voi che emergerete dai flutti
da cui noi fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
a cui voi siete sfuggiti.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando c’era solo ingiustizia, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro lo squallore
distorce i lineamenti.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto aprire il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

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Stanno già brindando

Col bicchiere tra le mani e il sorriso a 36 denti salutano il Sindaco Marino che – sperano – se ne va.

Pronti ad addentare la loro fetta di città. I palazzinari, Caltagirone in testa, in attesa di politiche di sviluppo urbanistico (sic!) che permettano loro di inondare di cemento le praterie di Tor Vergata, assieme alle zone dell’agro ancora non distrutte dalle loro febbrili e fallimentari manie casificatorie.
Ridono anche i comitanti per le olimpiadi, i consorziati per le metropolitane, gli appaltatori delle supercazzole inutili, costose ed orribili.

Brindano quoque i giubilanti, al di qua e al di là del Tevere: in discesa rotolano i trenta denari verso le loro misericordiose casseforti.

Si sbellicano dalle risate i marmisti che hanno lastricato di lapidi le stazioni della Metro C e che non vedono l’ora di restituire il marmo alla porta San Giovanni (trafugato nei millenni dai marmisti loro avi) nella nuova folgorante stazione ancora da realizzare.
Un sorriso speciale da parte del pettoruto Alfio Marchini che, accanto all’ambizione di diventare finalmente sindaco, non vede l’ora di ristrutturare il suo patrimonio immobiliare con le agevolazioni che vorrebbe elargite dal Comune.

Sorridono i capibastone del PD, cui era stato ingiustamente negato il meritato assessorato, per ottenere il quale avevano preceduto Alfano e Verdini nella transumanza.
Gioiscono gli esponenti dei partiti alleati perché sperano – illusi! – che finalmente potranno piazzare un assessore della loro corrente in Giunta, qualunque essa sia, qualunque cosa faccia…

Se la ridono gli affaristi del mondo della monnezza che finalmente potranno tronare a lucrare sulle discariche abusive e a far soldi sullo smaltimento dei nostri rifiuti.
Cantano i vigili urbani che torneranno nei loro quartieri come boss ad aprire le mani e le tasche per graziare baristi, ristoratori, commercianti, grossisti ed artigiani sulle cui piccole e grandi irregolarità chiuderanno di nuovo occhi e orecchie.
Tirano un sospiro di sollievo gli imbucati dell’ATAC di Alemanno, assunti per inutili inesistenti lavori al posto di autisti, macchinisti e meccanici.
Sorridono anche le ditte che, mancando meccanici qualificati nelle officine, sguazzavano negli onerosi appalti di manutenzione.

Balleranno i destri e i fascistelli che, dopo aver saccheggiato le finanze pubbliche, sperano di tornare al governo di una città coi conti ormai in ordine e di nuovo saccheggiabile.

Si galvanizzano i pentastellati, illusi di avere di nuovo il monopolio dell’onestà e seriamente convinti di ottenere la maggioranza dei voti dei romani.

Stappano il campari gli spiaggiati del lido degli ostiensi: torneranno ad appropriarsi delle nostre spiagge?

Sputano soddisfazione i mille e diecimila piccoli abusatori dei beni pubblici, convinti di poter tornare a violentare le nostre strade e i nostri quartieri con i loro miseri e squallidi interessi individuali.
Con quale soddisfazione si faranno l’occhietto gli intellettuali, gli artisti e gli spettacolanti teatranti, musicanti e televisisti che amavano la simpatia di Veltroni e proprio non potevano sopportare Marino l’antipatico.

Rideranno infine tutti quei romani che si sono lasciati condizionare dai di sopra interessati alla caduta di Marino, cui hanno rinfacciato le colpe di anni e anni di malaffare, sperpero di denaro pubblico, indifferenza istituzionale.

A chi pensava che finalmente qualcosa stava cambiando nell’eterna città di Roma, che forse c’era qualche speranza e un’alternativa all’eterno declinoso disfacimento della città, non rimane che una flebile e ostinata speranza, quella dell’illuso.

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Quelle frontiere dell’ambivalenza

“Introduzione ai media digitali” di Adam arvidsson e Alessandro Delfanti per Il Mulino

Se è vero che ogni nuovo mezzo di comunicazione trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o perché realizza una promessa non mantenuta del medium che lo ha preceduto, la parola nuovi media si qualifica soprattutto per la promessa di democratizzare la produzione e l’accesso a informazioni, conoscenze e contenuti artistici e culturali. Adam Arvidsson e Alessandro Delfanti (Introduzione ai media digitali, Il Mulino, 169 p. 14 €) scelgono il termine “media digitali”, sia perché non è più tempo di utopie, sia perché sono ormai talmente diffusi e pervasivi da essere perfettamente integrati nelle nostre vite
di tutti i giorni, sì da aver perso quell’attributo di novità e, insieme ad esso, gran parte della loro carica rivoluzionaria.

Oggi il computer, i videogiochi, il cellulare il web hanno trovato la propria sistemazione integrandosi con i media precedenti, talora rivitalizzandoli, spesso confondendosi con essi. Eppure possiedono delle caratteristiche – sono multimediali, convergenti, ipertestuali, distribuiti, interattivi, sociali e mobili – in grado di differenziarli dai media tradizionali e che aiutano a spiegarne il profondo impatto esercitato in molti ambiti.

I media digitali hanno sempre viaggiato sul confine tra lavoro, socialità e gioco. E proprio tale caratteristica di frontiera li rende multidimensionali, intrinsecamente ambivalenti e adatti ad essere interpretati da punti di vista molto diversi. Uno strumento impiegato dal capitale per aumentare la produttività del lavoro, mediante l’automazione e la nuova organizzazione del lavoro basata sul governo dei flussi informativi; per spezzare il potere contrattuale della classe operaia, con la redistribuzione del potere globale; per “mettere al lavoro” anche la socialità e il tempo libero, attraverso l’estrazione di valore dalle complesse
interazioni situate nelle reti sociali online. La stessa ondata innovativa può però dar luogo a concrete utopie libertarie, a movimenti reali che praticano la disintermediazione di figure parassitarie fondate su di una rendita di posizione: gerarchie di potere, pesanti e burocratiche multinazionali dell’industria culturale, pratiche giornalistiche obsolete, la stessa industria delle telecomunicazioni e dell’informatica alla base della rivoluzione digitale.

L’indebolimento delle solide posizioni garantite dall’assetto moderno si accompagna al nuovo dinamismo dei movimenti, alla socialità della collaborazione diffusa. Relazioni deboli si sostituiscono a legami forti e la produzione sociale diffusa si erge nella pretesa di sfidare i templi dell’elaborazione culturale, scientifica, politica. I flussi governano i luoghi, la forza dei movimenti di fronte all’immobilismo dei partiti, un’intera generazione di intellettuali incapace di orientare l’opinione pubblica, sempre più ingovernabile.

Tali cambiamenti, riconoscono Arvidsson e Delfanti, vanno tuttavia spogliati della retorica democratica che solitamente contraddistingue i discorsi che se ne occupano. Con le nuove tecnologie nascono anche nuove forme di censura e controllo sociale e i poteri esistenti possono risultarne rafforzati anziché indeboliti.

La storia delle tecnologie informatiche è radicata nei mutamenti economici, politici e sociali che ne hanno permesso la nascita e che ne determinano le traiettorie di sviluppo, in cui convivono istanze di controllo e di liberazione, e che progredisce per scarti successivi, avanzando sull’onda del conflitto fra questi due momenti e ponendosi, al tempo stesso come motore di un profondo mutamento nelle relazioni sociali.

La trasformazione del computer da tecnologia burocratico-militare a elettrodomestico e centro di intrattenimento per le famiglie e la parallela evoluzione di Internet furono in realtà il frutto dell’appropriazione e della riconfigurazione delle nuove tecnologie da parte di hacker, attivisti dei movimenti degli anni ’60 e ’70, industria dei videogames e aspiranti imprenditori della Silicon Valley. Da qui è riconducibile la cultura della partecipazione, che spinge gli utenti a contribuire alla produzione di informazione in forma libera, svincolata dalle dinamiche canoniche dell’industria culturale e che ha prodotto beni comuni fondamentali, come il software libero o la stessa architettura aperta e decentrata
dell’odierna internet.

Chi volesse avvicinarsi all’argomento troverebbe in questa agile introduzione un materiale articolato, in cui la prospettiva sociologica si integra con quella storica e con l’analisi economica. Punto di partenza non ideologico per ulteriori, necessari, approfondimenti.

Pubblicato su “Il Manifesto” del 26 aprile 2013

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Rodotà, Costituzione M5S

Leggo di esponenti e simpatizzanti PD che criticano la scelta di Rodotà di accettare la candidatura del M5S a Presidente della Repubblica. Ma come – dicono – tu che sei un cultore del diritto, delle istituzioni e della costituzione, ti presti a questo gioco? ti fai nominare da Grillo, il populista? Ti rendi complice di questa operazione contro di NOI (che siamo la tua famiglia)?

A costoro vorrei fare presente che il gesto di Rodotà non risiede nelle, pur legittime, ambizioni personali. La scelta di Stefano Rodotà è in linea con il suo pensiero e con il suo impegno di sempre: la costituzionalizzazione dei bisogni e l’attrazione in ambito costituzionale dei diritti emergenti. Da qui la sua creativa e fondativa attenzione al tema della Privacy, da qui il suo impegno per la laicità dello Stato, per il diritto all’accesso ad Internet e per una sua costituzionalizzazione. Da qui l’impegno per l’acqua pubblica e per i beni comuni. Da qui i suoi moniti contro le striscianti forme di populismo digitale.

Quello di Rodotà è un gesto profondamente riformista, coerente con una vita spesa alla difesa dei diritti come argine alla prepotenza, allo strapotere dei privilegi e dei mercati. Mettere la propria storia, la propria autorevolezza, il proprio corpo per affrontare l’emergenza democratica che stiamo attraversando.

Votare Rodotà significa unirsi al tentativo di costituzionalizzare il Movimento 5 Stelle.

Opporsi alla sua elezione significa, invece, resistere all’inevitabile cambiamento della politica e delle istituzioni, che va costruito.

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Austerità corrotta

La rappresentanza si è messa più che mai al servizio del denaro, dell’economia finanziaria ancor più ch degli interessi radicati nell’economia reale. Con ciò è diventata dipendente coartata a subire le scelte strategiche del capitale finanziario, costretta a tagliare continuamente la spesa pubblica nel modo più irrazionale e secondo le convenienze di interessi forti, e infine la stessa vita politica è stata inquinata dal fiume di denaro derivante da transazioni occulte con il mondo degli affari

Così Carlo Donolo su Lo Straniero. Come a dire che la corruzione della politica non è che il rovescio della medaglia dell’austerità dettata dai mercati finanziari.

Si è arrivati a questo con il progressivo logoramento del parlamentarismo, fondato sulla rappresentanza di interessi particolaristici la cui mediazione istituzionale è ben lontana da un qualsivoglia interesse generale, anche a causa del carattere oligopolistico del mercato politico. Tale specializzazione – prosegue Donolo –  ha costretto i partiti politici a venire a patto con interessi forti, mettersi al loro servizio e alla fine dipenderne anche finanziariamente, rendendoli così intoccabili. Alla fine la volontà popolare è costretta a esprimersi dentro coordinate sempre più strette e obbliganti, dove la convergenza al centro, anziché rincorsa del ceto medio o dell’elettore mediano, è convergenza a restare dentro i paletti fissati dal predominio dei poteri finanziari nazionali e internazionali.

Carlo Donolo, Un futuro possibile per la democrazia, Lo Straniero 150/151 2012

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Arturo

Io credo in una Internet aperta e libera. Credo che la rete sia uno strumento senza precedenti per favorire l’innovazione, la libertà d’espressione, la partecipazione dei cittadini e la trasparenza amministrativa

Arturo Di Corinto si candida alle elezioni regionali del Lazio con Sinistra Ecologia e Libertà per Zingaretti Presidente.

Saranno vent’anni che conosco Arturo. Dai tempi dell’Università, quando nelle assemblee si presentava come RanXerox (quello di Tanino Liberatore) a sparigliare i giochi dei gruppi politici più o meno organizzati, che i suoi interventi eterodossi lasciavano basiti.

L’ho reincontrato anni dopo, acuto giornalista allievo di Franco Carlini, saggista e relatore in convegni dove sosteneva posizioni ai più ignote. Aveva appena pubblicato il suo primo libro, Hacktivism. La libertà nelle maglie della rete: parlava di hacker, di etica della condivisione, di software libero e Open Source. E poi, ancora, il drammatico ed emergente tema della protezione dei dati personali, sempre più attuale e pervasivo, la governance di Internet, la libertà d’informazione.
Arturo Di Corinto è sempre stato un punto di riferimento sui temi più avanzati in materia di critica della rete; termine con cui definiamo al tempo stesso la critica del vecchio mondo immobile e sclerotizzato della burocrazia, dei monopoli, delle rendite acquisite mediante l’impiego di pratiche libertarie native nelle comunità di utenti online, e la critica alla natura ambivalente della rete stessa, perennemente sul limitare di nuove forme di concentrazione economica, nuovi modi di sfruttamento del lavoro, inediti scenari biopolitici di esproprio di forme vitali e di beni comuni.
Così gli open data devono diventare strumento di governo responsabile, efficiente, trasparente e rendicontabile ma non possono rappresentare l’ennesima occasione dei nemici della privacy per appropriarsi di dati sensibili. Occorre sviluppare una forma di governo di Internet dal basso per evitare che sia la “lex mercatoria” dei grandi operatori globali a consolidarsi come prassi o, peggio, che siano i governi e i colossi delle telecomunicazioni raccolti nell’ITU a dettare legge. Bisogna introdurre il software open source nella pubblica amministrazione, non solo per abbattere i costi di gestione, ma soprattutto per favorire lo sviluppo di imprese di software locali; in grado di personalizzare e adattare l’informatica agli specifici bisogni funzionali e democratici dello Stato.

Di Corinto

Il programma elettorale di Arturo è partecipato e aperto a proposte e contributi, a partire dal suo Manifesto per l’Innovazione, “per fare dell’innovazione un processo di cambiamento e non uno slogan”.

Il 24 e 25 febbraio alla Regione Lazio VOTA Arturo Di Corinto.

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Il diritto di avere diritti (Rodotà)

In corso di lettura questo bel libro di Stefano Rodotà.

rodotà“In un mondo nel quale la potenza dell’economia e della tecnica ha cancellato i confini, si fanno sempre più deboli le tutele offerte dai governi nazionali e si tenta di ritrovare un luogo sovranazionale dove le garanzie possano essere ricostruite. In questo clima, la tenace sottolineatura dei diritti fondamentali si presenta come il tentativo di individuare un punto di riferimento forte, che faccia emergere l’immagine di una persona che dev’essere rispettata indipendentemente dal luogo dov’è nata o da quello in cui si trova. Nasce così un’idea diversa di cittadinanza, non più legata a un territorio, ma espressiva di una serie di attribuzioni di cui nessuno può essere privato. E la creazione di nuovi diritti, collocati là dove si fa più intensa l’influenza dell’economia e di scienza e tecnica, si presenta come una via per cogliere le opportunità offerte da questo nuovo mondo senza doverne patire le tirannie e i rischi, cercando di riportare così sotto il controllo del diritto e dei cittadini processi che altrimenti potrebbero travolgere, insieme, le persone e la democrazia.”

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