La nuova Rai. Un contributo in memoria di Massimo Fichera

Ovvero: delle virtù del “Provizio” digitale

Lo scorso 7 luglio si è svolto un seminario di Infocivica sulla consultazione pubblica Cambierai. Riporto a seguire il testo del mio intervento

Troppo spesso e da troppo tempo si sente discutere della Tv pubblica in termini di canali da dedicare all’offerta di servizio pubblico – finanziata dal canone – e all’offerta commerciale – sostenuta dalla pubblicità. Questa proposta, alle volte articolata con una richiesta di una maggior territorializzazione o regionalizzazione di Rai Tre, si ispira alla riforma del 1987 con cui in Francia si è giunti alla privatizzazione del primo canale TF1. Trenta anni son passati da allora, la Tv è diventata digitale, si sono affermate e prosperano piattaforme alternative alla Tv terrestre. Il panorama è molto mutato in Italia anche dal punto di vista del mercato, visto che si è passati dal modello misto pubblico-privato degli anni Ottanta e Novanta, all’affermazione di un forte operatore di pay Tv come Sky, che ha portato una sana ventata di competizione. Ma già stanno emergendo nuovi e più agguerriti soggetti, che operano su di un mercato immediatamente globale. Si pensi a Netflix e ad Amazon Prime, senza considerare l’ormai maturo successo di un servizio come Youtube.
Né vale ricordare che, ad oggi, i canali di Tv lineare della Rai sono almeno 14, senza considerare le edizioni regionali, l’offerta radio e l’offerta non lineare, su cui torneremo. La citata proposta riecheggia nelle vuote stanze di qualche ministero o rimbomba nel mezzo dei programmi di qualche partito, mettendo clamorosamente in evidenza l’assenza di una vision al passo coi tempi.
Allora viene da chiedersi se, dovessero un domani essere introdotti nuovi standard ancora più efficienti – come il DVB-T2 – in grado di comprimere il segnale di un fattore 10, sarebbe obbligo della Rai spalmare la propria programmazione – e le proprie limitate risorse – sull’intera capacità trasmissiva ottenuta, raggiungendo un bouquet di 30 canali? In quel caso cosa si farebbe: 15 finanziati dal canone e 15 dalla pubblicità? 10 e 20? E con quali risorse? Con quali risultati in termini di qualità media trasmessa? Eppure, ferma restando l’evidente impossibilità per il servizio pubblico di dar vita a un’offerta iper-segmentata, come se fosse una piattaforma di pay Tv, il dibattito, come si diceva in premessa, ancora orbita intorno alle tre reti analogiche, alla casalinga di Voghera e a Pippo Baudo a Domenica In.

Credo invece con forza che qualsiasi proposta di articolazione del servizio pubblico radiotelevisivo oggi non possa che partire dalla presa d’atto che la Tv è ormai digitale, parte di un ecosistema più ampio costituito dalle innumerevoli fonti e reti connesse attraverso il protocollo internet. Le annunciate intenzioni della Rai di lanciare un’evoluta piattaforma di Tv on demand vanno nella giusta direzione ma non sono che un primo passo. Nel caso la Rai e la politica che la governa, al lento e inevitabile declino, scelgano la più dolorosa via della trasformazione, vorrei qui richiamare alcune semplici lezioni maturate dal lungo e proficuo dialogo intrattenuto negli anni col maestro Massimo Fichera.

Per la prima volta da quando è nata la Tv non è più la punta più avanzata del cambiamento tecnologico ma, anzi, lo insegue e, per molti versi, lo subisce. Per uscire dall’angolo occorre abbracciare il futuro e farcisi un giro di danza, rischiare innovando, assorbire il nuovo che è nell’aria, accettando di mettere in discussione le certezze e le professionalità fin qui acquisite.
Le risorse pubblicitarie sono in diretta competizione da una piattaforma all’altra e attraversano confini, frontiere ed oceani, così come lo è l’attenzione degli utenti, che hanno peraltro in buona parte anticipato le emittenti televisive nella migrazione su internet: immediatamente globale, personalizzata e molecolarmente strutturata. A nulla vale, quindi, aggrapparsi alle frequenze come se fossero il principale asset di cui dispone un broadcaster. Non serve un’aumentata capacità trasmissiva su cui spalmare palinsesti lineari d’essay ma nuovi strumenti digitali per facilitare l’accesso a programmi originali e d’archivio organizzati in maniera dinamica.

La definitiva separazione delle tecnologie di trasmissione dalla produzione di contenuti offre alla Rai la possibilità di focalizzare la propria mission sul lavoro editoriale, che va radicalmente ripensato per la società in rete della disintermediazione e del protagonismo degli utenti. La crisi del lavoro editoriale è una delle forme in cui si manifesta la più generale crisi del lavoro professionale e del ruolo degli intellettuali e della loro autorevolezza, incalzati dalla progressiva centralità degli algoritmi.
Si chiede al servizio pubblico di rafforzare la coesione sociale, unendo cultura alta e cultura bassa, fornendo un comune codice di interpretazione della realtà ai diversi gruppi sociali e culturali che abitano la nostra epoca di transizione. Ma qualsiasi messaggio “contenuto” nei programmi (in quelli di informazione come in quelli di intrattenimento; in quelli educativi come in quelli di varietà) è destinato a cadere nel vuoto se non si riesce a raggiungere il pubblico, ad entrare in connessione con esso, sia materialmente – con un’accessibilità potenziata da un’offerta tecnologicamente adeguata – sia emozionalmente – con un linguaggio in grado di parlare a tutti i gruppi sociali e a ciascuno di essi.
Non è un mistero che il pubblico giovanile sia in fuga, non solo dall’offerta Rai, ma dalla Tv lineare tout court. Nuovi e più avanzati modelli di fruizione si stanno prepotentemente facendo largo e altrettanto nuove e innovative imprese tecnologiche li stanno interpretando per offrire prodotti televisivi al di fuori della televisione, entrando in ascolto e sviluppando un dialogo con le innumerevoli comunità di utenti, rispondendo a bisogni emergenti.
Alla dis-intermediazione occorre rispondere inserendosi nel movimento della ri-mediazione. Nel mare magnum della sterminata offerta di contenuti amatoriali e professionali presenti in rete, la Rai deve dare il suo contributo alla generazione di senso, facendo leva, tanto sulla propria capacità autoriale, quanto sulla capacità di selezionare istanze autoriali esterne – anche quelle provenienti dal basso, dal pubblico – in linea con la mission del servizio pubblico. Un editore digitale al servizio della creatività e della crescita culturale del paese deve saper mettere a disposizione i propri contenuti in maniera aperta, in forma modificabile, manipolabile, per poi riappropriarsene e favorirne l’ulteriore circolazione che ne può derivare. Ma ci vuole coraggio e visione.

La convergenza tra media e tecnologie digitali non riguarda solo la distribuzione del segnale e l’accessibilità ai contenuti e non basta affiancare l’offerta di servizi interattivi ai programmi tradizionali. Prima o poi il digitale s’infiltrerà anche nella trama stessa del linguaggio televisivo per produrre qualcosa di radicalmente nuovo. Allora smetteremo di classificare l’offerta distinguendo tra cos’è programma (il contenuto diffuso) e cos’è servizio interattivo (più o meno accessorio al programma stesso) e ci troveremo di fronte la nuova categoria del Provizio, vera e propria crasi ontologica tra programma televisivo e servizio della società dell’informazione
Pensando a McLuhan, sappiamo che l’avvento di un nuovo mezzo di comunicazione determina sempre un adeguamento dei mezzi più vecchi alla nuova presenza. Non vi è un effetto di sostituzione totale. In questo senso, mentre il linguaggio della nuova televisione è ancora in via di definizione, già – attraverso le modalità di consumo – si mostrano le tendenze verso cui questo veleggia (riduzione dell’asimmetria tra emittente e ricevente; empowerment dell’utente; messa in discussione del ruolo degli intermediari tradizionali e ri-mediazione attraverso ibridi di algoritmi, autorialità diffusa e partecipazione degli utenti). Anywhere, anywhen, anyhow: ovunque, quandunque, in qualunque modo. Presto o tardi queste nuove modalità di accesso, con l’accumularsi di modifiche incrementali, daranno vita a un salto di qualità, rendendo il linguaggio del nuovo mezzo di comunicazione – che per comodità chiamiamo Tv su internet ma che andrebbe riconosciuto non trattasi né di Tv, né della internet cui siamo abituati – qualcosa di molto diverso dal linguaggio televisivo fin qui sperimentato; un Provizio, appunto. Un cambiamento che molto più che all’avvento del sonoro nel cinema o del colore nella Tv dovrebbe essere accostato agli effetti dirompenti sulle culture e sulle società europee innescati dall’avvento della stampa a caratteri mobili.

Abbiamo vissuto nel mondo di internet a sufficienza per comprendere che tutte le promesse che il nuovo mezzo conteneva in nuce (orizzontalità, democraticità, nuovo spazio pubblico, società dell’informazione, economica della conoscenza) si sono poi realizzate in modo diverso e – spesso – deludente (perdita dell’autorialità, omologazione, bolle informative, overload informativo, nuove forme di esclusione). Il nuovo è in via di definizione e il vecchio è da ridefinire. La Rai può scegliere se dedicarsi alla ridefinizione del vecchio, rispondendo alla domanda: cosa resta della Tv tradizionale una volta divenuto un mezzo complementare a quello nuovo, se non residuale? Oppure può decidere se, presidiando e “innovando” anche il vecchio, non sia il caso di affrontare la fortuna ostile, non condannandosi all’oblio ma combattendo trasformandosi. Morire e rinascere. Quantomeno tentare di darsi un senso e una missione nel pur ingovernabile pulviscolo digitale. Quello che non può fare e non si può permettere che le venga imposto è di continuare a pensarsi come un rimedio analogico a questioni e problemi sociali ormai ampiamente riconfigurati e sommersi dalla montante modernità liquida.

Robert Castrucci

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