Chi arriva, chi parte, chi resta

Alcune osservazioni sul libro Al palo della morte di Giuliano Santoro

Il 18 settembre del 2014 moriva a Torpignattara Mohammad Shahzad Khan, giovane lavoratore pakistano, ucciso di botte da un minorenne italiano. Ci vorrà qualche giorno per capire come si sono svolti i fatti. Ci vorrà un anno per stabilire una verità giudiziaria. Ci vorrà più tempo ancora perché il quartiere si interroghi sull’accaduto e inizi a reagire.

“Cosa hai, perché giri senza pausa e non smetti di cantare, dove vai a dormire stanotte, hai bisogno di qualcosa?” Questo vorrei aver chiesto a Shahzad quella notte, quando lo sentivo girare per le vie del quartiere. Invece ho chiuso la finestra, sperando che andasse via o che smettesse. Poche strade più in là, pochi minuti dopo, Shahzad ha trovato la morte – una mano de fero, nel linguaggio cinematografico del verdoniano Mario Brega, adottato come metafora da Santoro, che si chiede se qualche altra mano-piuma avrebbe potuto aiutare Shahzad. Forse la mia? Resterà sempre il dubbio.

al-palo-della-morte-alegreMa tutto questo succederà dopo. Dopo aver collegato l’omicidio di cui tutti parlano e la scena vissuta, dopo comunque aver assistito al corteo di amici e famigliari dell’allora presunto omicida che si snodava per via Malatesta chiedendone il rilascio.

Non solo i famigliari e gli amici, anche semplici conoscenti di conoscenti, con cui mi è capitato di parlare, minimizzavano le responsabilità del minorenne romano, minimizzavano in generale la portata dell’accaduto. Pronti a credere (o a far credere) a qualunque versione – il pakistano era ubriaco, era già stato picchiato prima da qualcun altro, ha provocato sputando – purché fosse chiaro che ad essere in gioco era la vita del diciassettenne, non quella di uno straniero cui era stata tolta. Ed eccola l’implicazione filosofica e universale di questa vicenda tanto misera e tanto locale. Uno straniero è stato ucciso. Una persona ha ucciso uno straniero. Una persona ha ucciso una non persona. È possibile dunque dividere il mondo in persone e in non persone? Quanto è radicata una cultura del genere? È destinata a crescere? Si può contrastarla? E come?

Le storie nel mosaico urbano

Al Palo della Morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia” (Edizioni Alegre, 173 pp., 15 Euro) è il libro che Giuliano Santoro ha scritto, tentando di raccontare, insieme all’omicidio, le pulsioni profonde che animano questo spicchio di periferia storica, fin dalla sua nascita. Quella di Shahzad è una storia che intercetta altre storie tra loro concatenate. Frammenti che, come le tessere di un mosaico, restituiscono un quadro d’insieme solo da una certa distanza, da cui si riescono a cogliere le trame interconnesse. Allontanandosi e avvicinandosi nel tempo, entrando e uscendo dalle case, dal quartiere e dalla città, l’autore ci invita a modificare la messa a fuoco continuamente, evocando “ciò che ci è familiare allo scopo di turbare le aspettative, stimolare l’attenzione su quello che la realtà nasconde, individuare discordanze più che affinità.”

Mosaico Urbano è anche il titolo del bel libro dell’urbanista Carmelo Severino (Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore) che segue il filo rosso delle trasformazioni urbane. La dinamica delle forze sociali che si sono coagulate sul territorio e danno vita a un quartiere popolare che accoglierà nel tempo esperienze del movimento operaio, immigrati dalle campagne, comunità imperniate attorno alle parrocchie, (di Sant’Elena inizialmente e poi di San Barnaba, San Leone Magno e San Luca). Il mosaico è nell’eterogeneità urbanistica del quartiere, le cui diverse parti restano distinte e avulse dal contesto, in attesa di un’armonizzazione sempre perseguita, ma mai realizzata. Dal dopoguerra esplodono degrado urbano e marginalità sociale, in un contesto di sviluppo del territorio che vede prevalere gli interessi immobiliari e determina il definitivo venir meno dell’opzione industriale, senza apportare la necessaria riqualificazione urbana. Soltanto negli ultimi anni, grazie ad una diversa sensibilità urbana, si è avviato un lento e graduale processo di rinnovamento che stenta, però, a decollare nella pienezza della sua potenzialità. Un processo difficile, conclude Severino, che se non accompagnato da adeguate istanze partecipative, può comportare la trasformazione del tessuto identitario del quartiere. E che, possiamo aggiungere oggi, a dieci anni dalla pubblicazione del libro, troppo spesso si intreccia e si confonde con dinamiche di gentrificazione, che l’identità del Pigneto e zone limitrofe  rischiano di affossare definitivamente.

Proprio il tessuto identitario del quartiere è l’oggetto della particolare indagine del nostro Santoro che scava nella cronaca e nelle pieghe della storia per raccontare quello che è accaduto, senza bisogno di addomesticare la realtà ma per scovarvi delle possibilità. Anche queste passano per percorsi di partecipazione.

Non passa per percorsi di partecipazione invece l’indagine sulla sicurezza svolta dal comune di Roma nei giorni scorsi del febbraio 2016 con un questionario disponibile online. Di fronte alla definizione di sicurezza offerte, pare che invece l’approccio istituzionale voglia prescindere dalle dinamiche sociali collettive e da percorsi di partecipazione pubblica. Si propongono più controlli di polizia, illuminazione, videosorveglianza, pulizia, limitandosi a considerare la cittadinanza un termine passivo della politica metropolitana cui proporre servizi di polizia/pulizia, piuttosto che una forza in grado di appropriarsi del territorio che abita. Con buona pace di chi tenta un debunking di parole apparentemente neutrali come pulizia e decoro (si veda Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza di Tamar Pitch).

Naturalmente Santoro appartiene a quest’ultima schiera e puntualmente infila il dito nella piaga quando descrive la fuga nel privato domestico, barricati nel fortino della proprietà, dove disagio e povertà possono nascondersi nella solitudine della propria casa. Mentre fuori ci sono loro, che occupano i marciapiede per pregare, che si appropriano di spazi che a noi sembravano obsoleti e oramai scomodi anche per passeggiare. In questo quadro, le campagne contro il degrado o per la sicurezza, lungi dall’intercettare una cittadinanza attiva, si ribaltano di segno e sfociano nel quartiere in pestaggi a sangue di residenti bengalesi ad opera di giovani fascisti nel pieno di un rito di iniziazione propedeutico alla loro accettazione nel gruppo militante. Vengono da fuori a fare i “banglatour”, si accaniscono contro i bengalesi perché considerati particolarmente miti e non pericolosi. Vengono a Torpignattara da fuori, a far palestra di razzismo.

Tre mondi da tenere assieme

Ma quello di Shahzad è un altro episodio, che racconta un’altra storia. Una famiglia che abita il quartiere da anni, una giovane coppia di loro vicini di casa, recentemente trasferitasi nel quartiere. Due modi di vivere un quartiere, due mondi che insistono su un territorio, che, insieme a quello di Shahzad fanno almeno tre: chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città o del paese, chi, non essendo riuscito a partire, è costretto a restare, subendo un cambiamento urbano che non è in grado di governare.

Illuminante è la descrizione dei rapporti della testimone chiave dell’omicidio (la cui testimonianza permetterà di accertare i fatti e di condannarne gli esecutori, di lei vicini di casa) con i rappresentanti istituzionali, carabinieri, questurini, giudici ma anche giornalisti e avvocati: tutti continuavano a dire quelli là per indicare i suoi vicini di casa, che lei combattuta da mille sensi di colpa contribuisce a far arrestare per la morte di un uomo che potrebbe essere un altro vicino di casa. Quelli là, come se la componente sociale cui appartengono, quella del ceto popolare che da sempre vive a Torpignattara, fosse un corpo sociale a sé stante. Come se le vite di questa gente scorressero in un universo parallelo, che solo raramente incontra il nostro.

Ancora più illuminanti sono le parole che il padre del minorenne omicida (poi condannato anche lui, sempre per omicidio) rivolge sprezzante e disperato alla nostra coppia di testimoni: Non avete visto niente, siete delle spie, comunisti di merda. Tornatevene ai Parioli, zecche! Ai Parioli. Zecche. Le zecche stanno ai Parioli. Un nome che evoca viali alberati in collina, sospesi tra l’ansa del Tevere, Villa Ada e Villa Borghese. Roma Nord. R1ichiama il Piperno de Le peggiori intenzioni, la provenienza degli assassini del massacro del Circeo, gli intrecci tra l’affarismo parastatale e la borghesia nera raccontata da Smeriglio in Suk Ovest. Invece, no. I luoghi comuni si ribaltano nel loro opposto. Una frase che comunica molto più di quel che dice, a saperla leggere. Siete ricchi, quindi zecche. Venite da fuori (da tutti i Parioli del mondo, ma non da qui) a portare una morale altra, diversa, esterna, da fuori. Quasi a incarnare la nemesi e il fallimento del Partito intellettuale organico, che ambiva ad elevare le classi popolari con un’iniezione di coscienza esterna. Il partito è morto, le classi popolari abbandonate, l’intellettuale boccheggia, ridotto a knowledge worker precario e malpagato, resta la coscienza esterna. Da fuori. Dai Parioli.

A chi dovesse risultare spiazzante l’idea che la Roma ricca del centro si collochi più a sinistra della Roma popolare delle periferie, consiglio la lettura del breve ma significativo “Roma, non si piange su una città coloniale” di Walter Tocci e, in particolare, dell’analisi elettorale contenuta nell’appendice curata da Federico Tomassi. Dividendo il territorio comunale in cerchi concentrici, è possibile isolare quattro porzioni di città: il centro, la periferia storica, la periferia anulare dentro al GRA, la periferia anulare fuori dal GRA. Ebbene sì, più si procede verso l’esterno, più diminuiscono i voti alla sinistra (al PD ma anche a SEL e alla lista Tsipras). La destra ha un andamento a “U”, forte in centro e nella periferia anulare fuori GRA. Curiosamente, un consenso speculare a quello della sinistra è quello del M5S, che prende tanti più voti quanto più ci si allontana dal centro.

Forse questo andamento era chiaro anche a chi, nei giorni immediatamente precedenti l’omicidio e poi per altre settimane ancora, tentava di costruire una presenza organizzata della destra post-fascista a Torpignattara. La notte del 18 settembre sarebbe finita nello stesso modo se il tema dell’immigrazione e dell’identità non fosse stato cavalcato con quell’intensità? Non possiamo saperlo.

Quello che sappiamo è che il tessuto sociale a brandelli delle periferie storiche è in continua mutazione e che le risposte della politica cittadina sono largamente insufficienti, quando non apertamente controproducenti (si veda il questionario menzionato in apertura). È opinione di chi scrive che solo il protagonismo della cittadinanza attraverso le mobilitazioni su specifiche vertenze possa modificare il nefasto stallo che si è creato in città, basato sull’equilibrio tra interessi fondiari, consorterie consolidate e politica. E una risposta in questo senso è arrivata proprio all’indomani dell’omicidio di Shahzad, con un fiorire di mobilitazioni e di vertenze promosse dal tessuto associativo che storicamente presidia il quartiere. Da noi/loro, Italiani/stranieri, la dicotomia si è spostata all’opposizione territorio/istituzioni e, per un certo tempo, il tentativo di strumentalizzare il disagio per aprire a infiltrazioni postfasciste è stato respinto. Non senza prezzo, però.

Tenere assieme i tre mondi (chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città, chi è costretto a restare) comporta la rimozione di quello che è accaduto. Non si parla di razzismo, non si vuole dividere il territorio, non si vogliono urtare sensibilità. Ancora oggi, non una targa, non un fiore a ricordare la giovane vita brutalmente terminata in quell’afosa sera di settembre. Ancora oggi, la moglie e il piccolo che Shahzad non aveva neanche avuto il tempo di conoscere, mancano del proprio padre e marito, che era partito per lavorare all’estero e non è più tornato.

Non stupisce allora che, fra tutte le iniziative che si sono succedute nell’autunno 2014 e poi per buona parte del 2015, non ve ne fosse una destinata a loro. È ora, invece, di ripartire da questioni concrete e realizzabili. Possiamo e dobbiamo promuovere solidarietà concreta verso questa famiglia, travolta da un omicidio di stampo razzista. Possiamo e dobbiamo parlare di dinamiche virtuose di convivenza, quando non di integrazione. Possiamo e dobbiamo promuovere iniziative di contrasto a xenofobia e razzismo, prioritarie oggi più che mai.

Robert Castrucci, 20 febbraio 2016

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