L’arcano della ricchezza

Seconda recensione al volume Marx e la società del XXI secolo a cura di Francesco Antonelli e Benedetto Vecchi uscita a firma di Marco Boffo sul manifesto del 16 novembre.

Gli inediti cortocircuiti tra produzione e consumo.

Un intervento a partire dal libro «Marx nel XXI secolo»Nel recente rinvigorirsi dei tentativi di comprensione del presente nel segno di Marx, hanno brillato per originalità, attualità e capacità di generare dibattito i contributi volti a demistificare l’economia della conoscenza e decifrarne le dinamiche. Il volume collettivo Marx e la società del XXI secolo. Nuove tecnologie e capitalismo globale (Ombre corte, 2012), già recensito su queste pagine da Mauro Trotta (27 luglio), ne offre un’eccellente rassegna critica. Fra gli spunti di riflessione offerti dal libro, si intende qui rivisitare quelli riguardanti l’uso di alcune categorie marxiane, la loro reinterpretazione in ambito postoperaista, e la parziale convergenza di quest’ultima con il dibattito sociologico sulla figura del prosumer, il produttore consumatore.

Il ritorno di Toffler

Impostosi come una delle più originali analisi critiche della contemporaneità, il postoperaismo ha basato la propria filosofia economico-sociale sui concetti di lavoro immateriale, moltitudine, e capitalismo cognitivo. Individuando in computer, internet e tecnologie digitali strumenti di valorizzazione di un general intellect costituito dall’agire comunicativo e relazionale, e perciò dall’intera esperienza vitale umana, esso vede nel salto tecnologico in atto un sintomo della fine del dominio del lavoro morto sul lavoro vivo tipico del macchinismo industriale. Sistematizzate nei concetti di lavoro immateriale e moltitudine, tali riflessioni hanno trovato sostegno e sviluppo nel dibattito sul capitalismo cognitivo, il quale identifica come tratto saliente delle dinamiche di accumulazione contemporanea la fine della divisione del lavoro elaborata a suo tempo da Adam Smith (sostituita da una divisione del lavoro detta «cognitiva»), e il ritorno a forme di sussunzione formale del lavoro come crisi e superamento del capitalismo industriale. Diversamente, la figura del prosumer, elaborata da Alvin Toffler negli anni Ottanta, torna in auge nel recente dibattito sociologico sulla scia dei dibattiti su economia dell’esperienza e McDonaldizzazione della società.
Fusione delle parole producer e consumer, essa allude alla sempre minor distanza tra attività di produzione e consumo e alle dinamiche di valorizzazione del lavoro gratuito dei consumatori che caratterizzerebbero il capitalismo contemporaneo. La categoria di prosumption, la cui rilevanza sarebbe acuita dalla rapida diffusione dell’informatica e dalla proliferazione dei beni immateriali, porterebbe a ridefinire il capitalismo come prosumer capitalism, apportando un correttivo a precedenti analisi sociali giudicate eccessivamente centrate su produzione (come in Marx o Weber) o consumo (come in Galbraith o Baudrillard). Nel dibattito sociologico italiano tali riflessioni hanno trovato eco nella cetagoria di biocapitalismo così come proposta e interpretata da Vanni Codeluppi, anch’egli presente con un suo contributo nel volume in esame. Così, sia postoperaismo che dibattito sul prosumer teorizzano la sempre maggiore autonomia del processo produttivo sociale dal capitale, il cui dominio perdurerebbe esclusivamente attraverso meccanismi di valorizzazione e controllo indiretti.
Tali visioni di un presente di fatto già postcapitalistico trovano importanti qualificazioni e rettifiche nei contributi al volume di Vecchi, Formenti e Castrucci. Giustapposte, queste riflessioni evocano un’interpretazione alternativa sia al ritorno della sussunzione formale celebrato dal capitalismo cognitivo che alla celebrazione della centralità delle pratiche consumo nel biocapitalismo. Come l’immaterialità dei beni non abolisce la forma merce (Castrucci), così il lavoro impiegato nella manipolazione di segni, conoscenza e informazioni non è autonomo per il solo fatto di mobilitare facoltà comunicative e relazionali; queste fanno parte della potenziale capacità umana di lavorare, e diventano lavoro solo se inserite in un concreto processo lavorativo a fronte di un salario (Vecchi).
Nel perdurare di forma merce e forma salario, e per quanto radicale il mutamento di tecniche produttive e organizzative, la celebrazione di un modo di produzione postcapitalistico è fuori luogo; difatti Marx, pur attribuendovi importanza fondamentale, non elevava l’organizzazione tecnica del lavoro ad esclusivo criterio definitorio del modo di produzione (Formenti). In siffatto contesto, il lavoro intellettuale risponde alle stresse logiche del lavoro manuale.
Infatti, lungi dall’essere strumento neutro o dal restituire creatività e libertà al lavoro, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno permesso la riorganizzazione del processo produttivo tramite esternalizzazione e delocalizzazione di compiti non specializzati, riduzione dei tempi morti nella giornata lavorativa e allungamento della stessa (Codeluppi). Pertanto, aumento della produttività e allungamento della giornata lavorativa si sostengono e potenziano a vicenda, ponendo le basi per un vero e prorio taylorismo digitale.

La distinzione che non c’è

Così, estrazione di plusvalore assoluto e relativo e concomitanti processi di sussunzione formale e reale non vanno intesi come momenti distinti di un processo storico unidirezionale (o, all’occasione, reversibile); si tratta invece di processi il cui convivere e intrecciarsi è in buona parte determinato, sostenuto e rilanciato dalla continua innovazione tecnologica e organizzativa sottostante l’evoluzione del modo di produzione capitalistico (Vecchi, Formenti, Castrucci). Inoltre, lungi dal divenire desueta o dall’implodere, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo è riaffermata dall’estendersi della categoria di lavoro produttivo (cioè sottoposto alla ferrea logica del lavoro salariato e generante plusvalore) dovuto alla crescente mercificazione di aree sinora estranee alla logica di mercato e all’incremento della cooperazione sociale (Vecchi, Formenti). Allora, più che di prosumption, si dovrebbe parlare di come le dinamiche di accumulazione e valorizzazione capitalistica, sostenute dalla dinamica della base tecnica e organizzativa, determinano il costante convivere di processi di socializzazione e desocializzazione.
Difatti, via via che attività dapprima estranee ad mercato sono ricomprese al suo interno, esse vengono sussunte dalle logiche di contenimento dei costi, aumento della produttività, concentrazione geografica e routinizzazione del lavoro. Tali processi incidono sia sui servizi che sull’elaborazione di merci che permetteranno il rientro nell’economia domestica di alcune attività, e in entrambi i casi comportano scaricamento sui consumatori di lavoro e costi in termini di tempo, energia e trasporto (come segnala anche Codeluppi). Così, oltre ai permanenti processi di accumulazione originaria e resistenza delle forme di vita alla subordinazione capitalistica (Vecchi, Formenti), è la stessa dinamica capitalistica, tramite il cambiamento tecnico e organizzativo, ad aprire e chiudere continuamente spazi di socializzazione e desocializzazione dell’attività produttiva lungo il tracciato della valorizzazione. Insomma, nel valutare continuità e rotture del presente rispetto al passato, e prima di decretare la desuetudine di questa o quella categoria marxiana, rimane ancora utile passare dal «segreto laboratorio della produzione».

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