Movimenti, opinione pubblica e nuove tecnologie. Dall’Egitto al cuore di Wall Street

Venerdì scorso è uscita su il Manifesto una mia recensione multipla  con il titolo Le nuvole rabbiose che offuscano il liberismo. Un sentiero di lettura sul rapporto tra movimenti sociali e Rete, l’opinione pubblica in crisi e le nuove forme di militanza utilizzate dai media digitali per trasformare la realtà. Dall’Egitto al cuore di Wall Street.

Restituisco al blog una versione “grezza” dell’articolo, prima della necessaria riduzione del numero di battute e prima degli interventi editoriali.

Movimenti, opinione pubblica, nuove tecnologie

A più di un anno di distanza dalle Primavere arabe e mentre sono in corso le elezioni per il nuovo presidente dell’Egitto può essere utile proseguire la riflessione sul ruolo della rete e dei media digitali e sul sedimento politico che quei tumultuosi eventi hanno lasciato. E, più in generale, c’è una differenza tra l’uso delle nuove tecnologie nei regimi autoritari e in quelli democratici? È possibile rintracciare un filo comune dei movimenti sociali globali nell’uso delle nuove tecnologie? Ci troviamo di fronte a un cambiamento nel modo di produzione dell’opinione pubblica?

Su Twitter gira questa battuta: Se Twitter e Facebook non fossero esistite, la rivoluzione egiziana avrebbe avuto successo. Così paradossalmente si sottolinea l’incapacità del  movimento cresciuto nei social network di esprimere anche un’organizzazione politica e un radicamento elettorale. Naturalmente non abbiamo la controprova ma sappiamo che le Tv satellitari come al Jazeera e al Arabia, prima ancora di Internet, abbiano aperto una squarcio nel velo della censura di Stato in Egitto, mettendo a nudo l’impotenza del regime nel governare le opinioni attraverso un rigido filtro sull’accessibilità dei fatti.

Dal libro Rivoluzione 2.0 (Rizzoli 2012, pp. 318, euro 18,00), Wael Ghonim risponde indirettamente: “L’Egitto non cambierà su Facebook ma Facebook può aiutarci a conoscere le notizie e a scoprire la verità per prendere l’iniziativa nel mondo reale.” Consapevole dei limiti del web ma fiducioso nelle sue potenzialità, Ghonim – giovane benestante egiziano, manager di Google e mediattivista – si pone l’obiettivo di aggregare giovani spoliticizzati per ottenere diritti umani e democrazia. Nel farlo, adotta tutte le tecniche di marketing imparate negli studi e sul lavoro, utilizzando le sue capacità nell’informatica per mantenere il proprio anonimato. A differenza degli attivisti di gruppi e movimenti politici, che pure utilizzano Fecebook e il web ma incitando a una complessiva opposizione al governo ed al regime, Ghonim parte in sordina, su di un tema molto puntuale, come la richiesta di giustizia per un cittadino brutalmente ucciso dalla polizia. Con un linguaggio semplice e diretto, coinvolge migliaia di giovani che rapidamente arrivano a rivendicare diritti civili e politici, vincendo la paura di scendere in strada e radunandosi, sempre più numerosi, nelle proteste del silenzio al Cairo e ad Alessandria.  Il rapido decorso degli eventi in Tunisia dove, dopo che un giovane fruttivendolo ambulante si era dato fuoco per protestare contro gli abusi della polizia, una sollevazione popolare aveva costretto alla fuga il presidente Ben Alì, porta a un’accelerazione anche nel movimento egiziano. I giovani di Facebook si aprono al coordinamento con gruppi dalla più solida tradizione politica, fino a coinvolgere tutta l’opposizione organizzata, Fratelli musulmani compresi. A quel punto, non senza brutali tentativi di repressione, di fronte alla tenace determinazione del popolo egiziano, incarnato in migliaia di giovani, islamici e cristiani, rabbiosi ed  esasperati per la crisi economica e per l’assenza di prospettive, anche l’esercito abbandona Mubarak, ponendo fine al suo lungo regime.

Il coinvolgimento emotivo è una delle possibili chiavi di lettura a spiegare la forza delle comunità cresciute sul web, da cui è scaturito l’inedito protagonismo di massa. La vibrante e vittoriosa vicina protesta tunisina ha incendiato un materiale umano pronto, cui mancava solo una scintilla per ardere  tutta la propria rabbia. Un soggetto fluido e magmatico, la cui forza travolgente sgorgava  dai legami intessuti su Facebook, dal riconoscersi in un’unica condizione, dall’individuare un comune nemico ma che ha saputo consolidarsi nelle piazze, fondendosi con tutti gli strati sociali e i gruppi politici insofferenti verso il regime. Una prima e parziale risposta ai quesiti iniziali. Sì, il modo di produzione dell’opinione pubblica può cambiare con la diffusione della rete e tale cambiamento, spesso e non solo in Egitto, coglie di sorpresa, quando non travolge, i custodi e gli interpreti  della tradizionale sfera pubblica borghese. In questo, le somiglianze tra l’insorgere dei movimenti al di là e al di qua del Mediterraneo o dell’Oceano sono evidenti.

Condito da numerosi documenti delle rivolte – cui, per inciso, avrebbe giovato un ordine più leggibile – è il volume  L’onda araba, curato da Salvo Vaccaro (Mimesis 2012, pp. 246, euro 20) e che ospita analisi di intellettuali arabi e occidentali, datate ai primi mesi del 2011. Si analizzano i fattori scatenanti delle rivolte arabe. La bomba demografica, la diffusione dell’istruzione che genera aspettative tradite, la potenza comunicativa della rete, l’azione di una Tv come Al Jazeera. A questi si aggiungono le motivazioni economiche: il risentimento verso le élite predatorie di fronte alla diffusa miseria, il rincaro delle derrate alimentari. Ma i testi delle rivolte, nella loro articolazione, restituiscono una ragione intimamente politica delle rivolte, incentrate su valori come la libertà, la dignità umana e la giustizia sociale; tali da far cogliere nell’onda araba uno specifico segno di chiusura dell’epoca post-coloniale.

E se le variabili demografiche ed economiche contribuiscono a spiegare il malcontento della popolazione verso un brutale regime ormai rappresentativo solo di se stesso, le novità politiche vanno colte a partire da quegli stessi giovani che si sono mobilitati nei social network, che lì hanno trovato uno spazio di discussione e di organizzazione e che da quella massa critica sono partiti per coinvolgere la popolazione nelle moschee e nelle strade. Novità che riguardano sì i contenuti – dal rifiuto di abusi e violenze della polizia alla richiesta di libere elezioni, libertà di comunicare, di riunirsi e di associarsi – ma soprattutto le modalità e le tattiche adottate nel corso delle mobilitazioni. Sul piano organizzativo, gli stessi gruppi politici di opposizione si sono trovati scavalcati dall’onda giovanile montata su internet. Il lascito delle rivolte arabe costituisce, secondo Vaccaro, una “novità metodologica” di estremo impatto collettivo: la valenza orizzontale delle forme organizzative che pubblicamente si offrono nei luoghi della rivolta, che si installa in una dimensione auto-organizzata. A dimostrazione del fatto che l’organizzazione e il coordinamento possono realizzarsi anche senza l’intermediazione di strutture di avanguardia.

Di più, accomunando le banlieus e le piazze arabe, i riots di Londra, il movimento degli indignados e Occupy Wall Street, Vaccaro individua nella rivolta la capacità di “interrompere un immaginario frocluso nel recinto pastorale-hobbesiano dello stato democratico quale stadio invalicabile del genere umano”. Un addensamento policentrico e carsico della rivolta che fa da contrappunto a “una forma-capitale potentemente capace di fare a meno dello stato democratico territorializzato”. L’invito è quello di “abbandonare il regime biopolitico della post-democrazia per inoltrarci lungo il sentiero arduo e difficile che rintracci l’altrimenti tra le pieghe neglette di frammenti di singolarità collettive, in parte già oltre e fuori del perimetro democratico”. Per quanto suggestiva, questa interpretazione sembra ignorare quanto già esplicitato: sono gli ideali di libertà e democrazia, la richiesta di diritti civili e politici, prima ancora delle rivendicazioni economiche e sociali, ad essere alla base dell’impegno profuso dalla gioventù egiziana, che chiedeva le dimissioni di un dittatore e nuove elezioni. Obiettivi concreti, avversari ben precisi. A differenza di Indignados e OWS (per non parlare dei riots di Londra), incapaci a declinare la frustrazione per la crisi economica globale in obiettivi e traguardi precisi. Da questa differenza sull’opposizione sociale nelle dittature e nelle democrazie potrebbe e dovrebbe partire una riflessione sull’efficacia delle tecnologie di rete, oltre che sulla loro capacità di modificare (e in che direzione) i logori processi della democrazia rappresentativa.

Un tentativo intrapreso da Luca Taddio in Global revolution (Mimesis 2012, pp. 50, euro 3,90). Ruotando intorno all’antitesi globale-locale ed alla necessità di praticare democrazia diretta con una rappresentanza politica ridotta al minimo, Taddio specula su nuove tecnologie e società della conoscenza, fino a configurare un futuribile nuovo ordine. Stati uniti del mondo come federazione di libere città autonome – la forma di convivenza di grado più ampio ancora a dimensione d’uomo -, la rivoluzione tecnologica applicata all’uomo fino a una completa mutazione antropologica tra uomo e macchina, dove sarà necessario riconoscere diritti anche a forme di intelligenza artificiale e pianificare e controllare le nascite perché “siamo in troppi”. L’eccessivo sapore platonico di quello che appare come un progetto neo-illuminista, condiziona eccessivamente questo pamphlet, che pure prendeva le mosse da considerazioni condivisibili sull’irreversibile crisi delle attuali forme e istituzioni politiche.

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