La cooperazione secondo Sennett

L’intervento di Richard Sennett questa mattina al Convegno “Oltre la crisi. Quale economia, quale società” promosso dalla Provincia di Roma parte da un’analisi sociologica della New economy, individuando proprio nei settori economici più avanzati le radici di una profonda crisi sociale nel mondo del lavoro. Provo a restituire le sue parole sotto forma di appunti.

Nella New economy, schematizzando, rientrano tre settori:
– Il capitale finanziario;
– L’industria High-tech;
– L’industria culturale.

Fondando lo sviluppo su questi settori è diffusa la convinzione che si possa stimolare un modello di sviluppo sostenibile a qualità elevata. Ma è davvero così?

Con una serie di ricerche condotte con metodi etnografici e dirette a indagare il mondo del lavoro di fascia mediana in questi settori, Sennett articola ulteriormente il suo lavoro e, dopo l’uomo artigiano, vede pubblicato in Italia il secondo libro di questo ciclo sul lavoro: Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. In questa conferenza ne dà un sunto.

Gran parte dei problemi all’interno della new economy sono connessi al tempo, al corto respiro dello Short term capitalism.
La riduzione dei tempi vale anche nel posto di lavoro, dove la durata di un impiego è ridotta del 40-50% rispetto ai settori economici più tradizionali. Calzante è la metafora delle revolving doors, le porte girevoli, per descrivere l’estrema mobilità delle posizioni lavorative in questi settori ad alta innovazione.
Tutto questo ha delle conseguenze non secondarie sulle relazioni sociali informali che, nell’analisi di Sennett, entrano in crisi con riferimento particolare a tre elementi: Autorità, fiducia e cooperazione. Vediamo come.

1. Autorità informale
L’estrema mobilità che riguarda in particolare i ruoli dirigenziali ne causa un turn-over molto veloce. NE consegue un’assenza di testimoni in grado di segnalare e di premiare il merito dei lavoratori che, a loro volta, si ritrovano a vivere in un incubo burocratico. L’ingiustizia è pertanto costitutiva dello short term.

2. Fiducia informale
Di fronte all’evidente ingiustizia percepita dai livelli intermedi, perché non si assiste a un processo di sindacalizzazione? Lavorare in imprese come Google e Microsoft, dove la norma è fare orari giornalieri di 12 e più ore, significa rinunciare a una propria vita privata e famigliare. Perché i lavoratori non si associano per ottenere migliori condizioni di lavoro?
Questo non avviene perché c’è profonda sfiducia nei propri colleghi, verso cui l’atteggiamento prevalente è quello di guardarsi alle spalle, evitando di farsi fregare, di farsi tradire. Un tale clima aziendale prospera negli ambienti in cui si lavora per progetti, dove i team, i gruppi di lavoro hanno una durata media di 7-8 mesi, che non bastano per conoscersi e per instaurare delle relazioni di fiducia. Si compete tra team diversi e il primo obiettivo di tutti è quello di evitare di essere additati come responsabili di eventuali fallimenti.

3. Cooperazione informale
La spinta a cooperare è costitutiva della natura umana, fin dalle primissime relazioni famigliari. in gran parte si coopera per abitudine, più che per convinzione morale, più che per l’adesione a una particolare etica della collaborazione.
In molte aziende, la cooperazione però è esplicitamente codificata, elevata a valore aziendale. Quella a collaborare è un’attitudine che viene esplicitamente promossa e normata. Ma, nel momento in cui la cooperazione perde la sua caratteristica di informalità, quando diventa norma, inizia a declinare. La cooperazione collassa quando è mandataria.

La crisi delle relazioni sociali informali nel lavoro nella new economy ha delle conseguenze molto negative in termini di crisi sociale. Ne deriva l’incapacità di valutare le relazioni umane. Mancano criteri per stabilire cos’è desiderabile e si afferma un decisivo processo di deresponsabilizzazione. Si perde la capacità autoriflessiva sul proprio comportamento.
Questo si verifica tipicamente nei settori della finanza, dell’industria tecnologica, nel mondo della pubblicità, con conseguenze gravi verso il resto della società. Si pensi alla totale deresponsabilizzazione degli operatori nel settore finanziario, con riferimento alla stessa crisi finanziaria degli ultimi anni.

Il problema della crisi sociale (di questa crisi sociale che stiamo descrivendo), ripeterà Sennett più volte, è che si è verificata ed è cresciuta, non nei settori più arretrati, ma proprio nei settori più avanzati e più dinamici dello sviluppo economico, arrivando a rappresentare un modello per gli altri settori, oltre che per i paesi che intendono rilanciare lo sviluppo attraverso robuste iniezioni di innovazione.

Nella new economy gli stipendi sono relativamente più elevati che in altri settori. Non stiamo parlando di un mondo del lavoro che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. È una forza lavoro relativamente benestante ma totalmente disconnessa e deresponsabilizzata dal resto del mondo del lavoro meno remunerato.
Nota bene, afferma Sennett, l’interesse nello sviluppo della cooperazione gli è dato anche per ragioni politiche, per parlare al mondo del labour, anche per dare il suo contributo per una guida al mondo della cooperazione.
Cooperazione significa lavorare con altri per fare cose che non si è in grado di realizzare da soli. E l’eguaglianza non è richiesta. Si può collaborare con ruoli diversi, con diversi rapporti di potere, anche da posizioni subordinate.

La cooperazione è un’abilità complessa, alla cui base si trovano almeno tre abilità (skills):
1. dialogica, che significa saper ascoltare e comprendere, senza necessariamente dover arrivare a sintesi, anche se la sintesi passa necessariamente per il dialogo, per il confronto.
2. diplomazia quotidiana, un certo livello di prudenza nel fare affermazioni, evitare eccessiva chiarezza lasciando, in questo modo, spazio per una negoziazione del significato e dei risultati, restando aperti alle opinioni altrui e permettendo che le proprie penetrino in modo più dolce.
3. empatia, da non confondersi con la simpatia intesa come capacità di identificarsi con l’altro. Empatia significa piuttosto curiosità verso quello che sta succedendo all’altro, significa interrogare le circostanze in cui avviene quello che sta avvenendo.
Tutte queste abilità, che compongono la capacità complessa della collaborazione, richiedono tempi lunghi e contesti associativi durevoli, diversamente da quanto effettivamente portato dalla new economy.

Dunque, si chiede retoricamente Sennett, ha senso porre rimedio alla crisi finanziaria attuale restaurando l’ancien régime, che era un disastro dal punto di vista sociale nei suoi settori di punta?

La ricetta di Sennett va in un’altra direzione e chiama in causa in primo luogo la sinistra, il mondo del labour. La ricetta di Sennett si esprime attraverso una triade.

1. darsi tempi lunghi, in modo da sostenere lo scambio e la comunicazione piuttosto che perseguire una solidarietà egualitaristica: il rischio è quello di una solidarietà definita dalla vittimizzazione. La strategia del mondo del lavoro che ricerchi la qualità delle condizioni di lavoro non può passare per una nuova forma di solidarietà.

2. la chiarezza burocratica, l’eccessiva formalizzazione delle mansioni, dei compiti, l’esasperata trasparenza non stimolano l’interazione sociale. La trasparenza è opportuna per evitare furti e imbrogli, non per stimolare la cooperazione. Ci vuole più opacità.

3. Bottom-up funziona, Top-down no. Cita ad esempio la McKinsey, che si fa pagare cara le consulenze verso imprese e organizzazioni. Consulenze in cui evidenzia il ruolo della leadership ed in cui teorizza che la cultura aziendale discenda dall’alto verso il basso. Propone la formalizzazione di procedure, di corsi di formazione per un miglior funzionamento dell’azienda in base a norme, valori e comportamenti altamente codificati. Però, mentre gran parte di queste consulenze profumatamente pagate sono raramente efficaci, afferma Sennett, la stessa McKinsey internamente è organizzata in maniera molto più informale, è una comunità che vive nel disordine, in cui nei fatti prevale un modello bottom-up.

In conclusione, dal punto di vista sociologico, uscire dalla crisi non può significare prendere la new economy come modello, bensì privilegiare la cooperazione.
Non modellarsi sugli elementi che hanno costituito la ricchezza (economica) negli anni Novanta e che risultano invece alla base della devastante crisi sociale ma privilegiare la cooperazione.

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