La sfera pubblica tra teoria e politica

Note a margine del libro di Antonio Tursi Politica 2.0. Blog, Facebook, Wikileaks: ripensare la sfera pubblica, Mimesis, 2011.

La sfera pubblica tra Habermas e McLuhan

Quello di sfera pubblica, intesa come l’incrocio di conversazioni, confronti, dibattiti tesi a esprimere ai decisori le esigenze della società,  è un termine non neutrale, la cui comprensione e accettazione rinvia ad un “approccio normativo che rischia continuamente di virare verso un’etica idealistica incapace di confrontarsi con la dura realtà della politica”, mostrando così la volontà di imporre un suo ordine. Con un approccio rigoroso Tursi esplicita la propria adesione al paradigma liberale di Habermas, pur riconoscendo la necessità di aggiornare il significato della sua locuzione centrale, con riferimento all’abbattimento delle mura domestiche che proteggevano l’ambito privato, alla crisi del concetto di Stato-nazione come detentore ultimo del principio di sovranità, all’affiancamento di modi di produrre e distribuire beni cognitivi, uscendo dalla mercificazione, al superamento delle metropoli moderne, verso le postmetropoli cibernetiche, all’ingresso nel campo della “pubblicità”, di nuove soggettività grazie all’empowerment delle nuove tecnologie digitali.

Le due tesi portanti di politica 2.0, quelle dell’incorporazione della sfera pubblica politica e di una sua necessaria istituzionalizzazione, si sviluppano, in parte giovandosi della validità del lascito habermasiano (la seconda), in parte andando oltre il pensiero del filosofo tedesco (la prima). Le tesi avanzate sono formulate in termini (quasi sempre) privi di ambiguità, in modo da potersi prestare continuamente (e questo viene fatto nel corso di tutto il lavoro) ad essere popperianamente falsificate. È raro trovare una tale attenzione al dettaglio, a non lasciare inespressa alcuna possibilità di fraintendimento, in uno sforzo di sistematizzazione che, rappresentando il livello di sviluppo di un pensiero ormai maturo, e che per giunta ha per oggetto una realtà cangiante, còlta nel suo perenne divenire,  ambisce a fissare alcuni traguardi raggiunti, alcune ipotetiche verità provvisorie per un tempo ragionevolmente lungo.

L’impostazione liberaldemocratica e razionalista di Habermas viene corretta dall’approccio mediologico di Tursi che ha il merito di abbattere uno dei limiti maggiori del concetto di sfera pubblica (essendo l’altro già stato messo in luce dalla recensione si Benedetto Vecchi, ovvero dell’assenza della dimensione del conflitto dalla società descritta dal filosofo tedesco): la visione di un razionalismo utilitaristico, che vede l’individuo sociale come monade che, ragionando argomentando, separa il privato dal pubblico, gli affetti dalla ragione, gli impulsi emotivi dal discorso politico e partecipa alla vita politica come metà di se stesso.

Dicevamo, tesi avanzate senza ambiguità. Purtroppo occorre segnalare come la coniugazione di Habermas con McLuhan (che passa per una dotta disquisizione sulle differenti impostazioni dello spazio pubblico in Kant e Rousseau e finisce con un’assunzione critica del concetto di sfera pubblica proposto da Elisabeth Noelle-Neumann, cui si riconosce il merito di escludere ogni restrizione elitaria della sfera pubblica e di ravvisare la necessità di un coinvolgimento emotivo e corporeo degli attori coinvolti nelle decisioni pubbliche ma che si critica per l’incapacità di distinguerla dal generico concetto di controllo sociale) porti ad utilizzare in termini ambigui proprio il concetto di corpo.

Le ambiguità del corpo elettronico

Da una parte il termine è utilizzato per designare tutte quelle istanze escluse dal modello razionalistico-borghese, fondato sulla rigida distinzione tra ciò che è pubblico (la maschera indossata dal citoyen, che si spoglia delle sue particolari determinazioni sociali, culturali ed economiche, per partecipare alla politica, come uguale tra gli uguali) e ciò che è privato (l’ambito famigliare cui sono demandate le funzioni corporali, quasi fossero un residuo indicibile in termini pubblici generali). Incorporare la sfera pubblica significa quindi estenderla a temi e argomenti precedentemente trascurati (non senza una disamina del foucaultiano concetto di biopolitica e delle torsioni dialettiche da questo subite nella sua appropriazione da parte del pensiero postoperaista) ma soprattutto allargarla qualitativamente a quei soggetti (i barbari, privi delle competenze necessarie per partecipare al modello kantian-habermasiano fondato sul ragionare argomentando della parola stampata) che finora ne erano esclusi ma che si affacciano prepotentemente alla ribalta grazie al tramonto della vista come senso egemone, in seguito all’avvento dei media elettrici (televisione prima e media digitali poi) che hanno avuto il merito di elevare tatto e udito al rango di sensi pubblici.

Il corpo degli esclusi, dei non borghesi non proprietari non letterati si confonde con una dimensione corporea di diretta derivazione mcluhaniana: i media come estensione dei nostri sensi e, quindi, del nostro corpo. Tursi coglie l’occasione per accomiatarsi dai vecchi maestri, rifiutando le loro conclusioni e andando oltre il loro paradigma, proprio su questo punto. Non è possibile distinguere il corpo dalla carne, interpretando “le reti digitali come una via di fuga della carne dai corpi” (Alberto Abruzzese). Con ciò intendendo il corpo come una prigione e la necessità di sfuggirle mediante una delega alla tecnologia. Non solo una liberazione impossibile ma anche un’impostazione che rifiuta il pieno riconoscimento “della nostra artificialità e perciò la nostra responsabilità nella costruzione del rapporto col mondo”.

Eppure rimane, ad avviso di chi scrive, una certa ambiguità. Perché se da una parte si può convenire che “i media sono estensioni del corpo in quanto consentono un rapporto di mediazione tra l’organismo e l’ambiente”, più difficile è aderire all’affermazione che non avrebbe senso “distinguere il corpo naturale dalle aggiunte artificiali”. Mi spiego: i vestiti sono estensioni del corpo in quanto mediano tra organismo e ambiente. Proteggono dal freddo, coprono le nudità, ci mettono in sintonia (o meno) con un ambiente sociale. Eppure c’è una bella differenza tra l’andare in giro nudi o vestiti; c’è un’enorme differenza tra un’ustione della pelle e un’abrasione del maglione, tra uno strappo nei pantaloni e uno nel legamento crociato (è vero che puoi aggiustare e sostituire sia i pantaloni che il ginocchio ma ad un livello incommensurabilmente diverso di intrusività e di costo), ecc.

Conscio di queste differenze, lo stesso Tursi, dovrà ricorrere a locuzioni come il “corpo consolidato” per chiarire di quale idea di corpo stia parlando in quel momento. Sul piano euristico, a vantaggio di una maggior chiarezza, pur interiorizzando la lezione di McLuhan, non sarebbe meglio disambiguare e distinguere le parole che indicano il corpo con cui siamo nati, da quello esteso, elettronico, cyborghizzato?

In ogni caso, la tesi portante di Tursi (composta di una parte descrittiva e di una normativa) rimane per chi scrive condivisibile in entrambe le sue proposizioni. La prima, quando afferma che “l’innovazione rappresentata dal ciberspazio (…) è quella di includere quelli che precedentemente erano definiti come analfabeti, non esperti, barbari. La sfera pubblica si allarga, si diversifica e si complica singolarmente non perché allarga la quantità degli inclusi, ma perché cambia il principio qualitativo di inclusione e ciò grazie a una piattaforma espressiva che offre una base comune per il superamento della stessa dicotomia tra inclusi ed esclusi.” La seconda, quando ravvisa la necessità di istituzionalizzare tale nuova inclusione.

L’eterno ritorno al principio raziocinante del cittadino liberaldemocratico

Nonostante le numerose demolizioni, il libro è un libro costruttivo. Fondato su una distanza critica forse sufficiente per inquadrare il reale contributo innovativo dei nuovi media digitali e reticolari.

Non c’è una frase che sia messa lì per caso, e dietro ciascuna di esse si legge il lavoro svolto dall’autore: nella scelta delle parole da utilizzare, come della frasi da estirpare, fino a giungere ad un testo denso nel suo carico di riferimenti e significati. Quel che resta è una costruzione scarna ed essenziale, dove ciascun periodo, come le pietre di un edificio, è retto dai paragrafi che lo precedono e sostiene le pagine che seguono.

In aggiunta, ciclicamente, torna il forte impegno dietro cui si cela una sobria passione politica. L’ambizione di cogliere il vero si combina così con la ricerca di quel che si ritiene giusto. Questo punto di forza, quello di un sapere militante in grado di parlare e alla comunità degli studiosi e al mondo dei politici, rischia però di trasformarsi in debolezza. Da una parte perché, nel momento in cui il linguaggio scelto è quello accademico, rischia di rendere l’opera impermeabile alla comunità degli appassionati politici. Dall’altra parte perché le argomentazioni logiche, stringenti e fondate, potrebbero essere rifiutate, non per la loro intima validità ma per i valori e gli ideali di cui sono rivestiti.

L’orizzonte teorico liberaldemocratico si traduce sul piano politico in un’impostazione saldamente riformista con venature socialistiche. Anche se queste categorie novecentesche non rendono merito al lavoro di Tursi che si è appropriato delle lezioni del postmodernismo, del pensiero debole, del paradigma biopolitico nella loro decostruzione, avendo cura di prenderne criticamente distanza quando le vigorose spallate teoriche alle dottrine figlie dell’illuminismo devono cedere il passo ai piccoli passi della ricostruzione di un sapere che ambisce a superare la critica dell’esistente per proporre soluzioni.

Torna così prepotentemente la dimensione del progetto, rivisto e rafforzato attraverso il confronto con le correnti di pensiero che ne decretano la prematura scomparsa.  Pensiero debole, postmoderno, postumano, romanticismo politico svolgono nel pensiero di Tursi il ruolo che svolge un vaccino nei nostri organismi. E come questi escono rafforzati da un contagio dosato che li mette in condizione di affrontare nuove e più potenti infezioni, così a quello è possibile proporre una visione neo-moderna del sociale e del politico e si candida a proporre soluzioni politiche a problemi considerati finora irriducibili a una ricomposizione generale.

Il testo di Tursi si snoda così attraverso un andamento a spirale, che affronta alcuni nodi connessi al tema centrale del libro, li approfondisce, ne esplora le implicazioni teoriche e politiche, per poi tornare ad altri aspetti, di nuovo strettamente legati alla definizione di sfera pubblica, restituendoci una categoria multidimensionale scolpita nel verbo stampato.

Ne emerge un’agenda culturale e politica né contingente, né burocratica, un ragionare argomentando costruito linearmente e alfabeticamente. Una forma di presenza nella sfera pubblica totalmente interna alle modalità gutemberghiane e che pure, da questa prospettiva parziale, con ambizioni generali, è in grado di cogliere l’altro da sé e di riconoscere, badando bene a mettere in evidenza le differenza tra “barbari” e “studiosi”, il diritto dei primi ad abitare la sfera pubblica, a partecipare al gioco della politica, pur iscrivendosi di default al partito dei secondi.

E così l’autore, chiudendo la sua fase “giovanile” e sistematizzando le proprie conoscenze, propone una sua autonoma interpretazione che è al tempo stesso una chiave di lettura della nuova sfera pubblica “incorporata” e l’indicazione di una politica basata sulla necessità di istituzionalizzare il nuovo, troppo a lungo tenuto ai margini ma che ormai prepotentemente ed inevitabilmente s’avanza.

Flussi, reti e capitale

Dagli hacker alle seconde generazioni  delle banlieu parigine, dai pirati informatici a tutti gli appartenenti alla “look at me generation”,  protagonista degli “ambigui processi di vetrinizzazione del sé”, sono gli  abitanti dello spazio dei flussi ma agiscono ormai anche nello spazio dei luoghi e impongono un rinnovamento della sfera pubblica e della politica.

A tutti i critici della blogosfera e del social networking come forma di onanismo digitale (citiamo Lovink come sineddoche) Tursi risponde ammettendo che può anche darsi che non vi sia un contenuto immanentemente politico nell’emersione di nuove soggettività, e che i blog nella loro stragrande maggioranza veicolino informazioni irrilevanti, relative all’intimità. Ma è proprio qui la chiave che permette un paragone tra la funzione di caffè e delle gazzette di Habermas, come luoghi di costruzione della sfera pubblica letteraria, dell’identità borghese ed il risultato della blogosfera come conversazione in cui “il pubblico riconosce se stesso come tema”. I blog insomma non sono né un luogo della big conversation, luogo di dibattito razionale su argomenti rilevanti da parte di cittadini competenti, né chiacchiera inautentica, anonimi monologhi,” frutto di una cultura cinica e nichilista senza più una verità in cui credere”.  Essi, piuttosto, sono solamente (ma è un solamente che vale tantissimo, in grado di lacerare il “monopolio della pagina stampata”) un ambiente da cui può emergere e riconoscersi una nuova soggettività.

Un nuovo che è fatto di corpi, di sangue e di carne, di emozioni e di passioni, di vita che si erge a contrastare un diritto pensato, scritto e ritagliato sulla fictio giuridica del cittadino (borghese, proprietario, maschio, bianco). Laddove la contrapposizione tra spazio dei luoghi e spazio dei flussi , frutto della ricerca sull’informazionalismo di Manuel Castells, si ferma a fornire una potente rappresentazione della  frizione endemica alle società tecnologiche, l’abitare negli ambienti creati dai nuovi media digitali e reticolari per Tursi non rappresenta una separazione dallo spazio dei luoghi. Flussi vitali e luoghi giuridici, energie e territorio, neo-tribalismo e cittadinanza sono con-presenti in un mondo accidentato e non privo di contraddizioni.

Lo spazio dei flussi non è e non può essere una via di fuga verso una supposta alterità. Non ci sono scorciatoie – ci ripetiamo – la carne non può sfuggire al corpo.  L’esplosione delle comunicazioni personali di massa, la proliferazione delle informazioni non produce in sé uno spazio abitativo. Perché il sovraccarico di segnali possa essere dotato di senso è opportuno che divenga architettura (magari liquida ma comunque necessaria) e progetto, in assenza delle quali il flusso risulta liscio, levigato e trasparente, funzionale solo alla continua accelerazione della circolazione del capitale. Un capitale che si valorizza assoggettando la vita, gli affetti, le conoscenze e le attività relazionali, superando un’ulteriore soglia nel valore d’uso del lavoro.  Dai nostri contesti sociali – afferma Tursi – usciranno tecnologie democratiche solo se avremo saputo delineare quadri giuridici alla loro altezza.

S’impone a questo punto un confronto con le tesi di un altro libro, che ha visto la luce negli stessi giorni in cui è stato dato alle stampe Politica 2.0: “Felici e sfruttati” di Carlo Formenti.

Laddove Formenti spinge sull’incapacità di analizzare la composizione politica di classe per avviare una concreta, tangibile organizzazione articolata intorno a un progetto di cambiamento radicale, Tursi evidenzia come l’impiego dell’accoppiata moltitudine-carne, la sua incapacità di una qualsiasi generalizzazione derivante dalle unicità dell’informe esperienza vissuta, conduca inevitabilmente al rifiuto di mediazioni istituzionali dei conflitti di potere e, quindi, al rifiuto di nuove formalizzazioni emergenti dalle lotte al dominio.

Il “radicale” Formenti e il “riformista” Tursi convergono sullo stesso bersaglio polemico. Il differente cammino percorso non impedisce ad entrambi di indicare come la deriva del romanticismo politico conduca alla preservazione dello status quo. Tursi: “il riduzionismo estetico (…) rischia di funzionare come una maschera al servizio (…) dell’ultima realtà rimasta o che almeno si percepisce e si presenta come tale – quella economica:”

Un rilievo che potrebbe essere mosso ad entrambi ma che qui ritaglio sulle tesi di Tursi è l’assenza di un’analisi sul declino del ruolo pubblico degli intellettuali. L’analisi del passaggio da un concetto elitario di opinione pubblica a uno integrativo non mette a mio avviso sufficientemente in luce il ruolo svolto dai tradizionali guardiani dell’opinione pubblica e la spirale discendente della loro capacità di influenza. Quello che è un passaggio storico, economico, politico e sociale è trattato come un’asserzione di cui deve essere dimostrata esclusivamente la coerenza interna e l’intima logica.

I meriti di un autore, i limiti di un paradigma

È ora di chiudere questa lunga non recensione, avanzando in cauda il venenum della critica. Lo facciamo confidando che in questa nota siano sufficientemente emersi i motivi di apprezzamento del lavoro di Antonio, del suo stile, del suo metodo.  E tuttavia, il suo tentativo di salvare e rinnovare il paradigma razionalista di Kant e, poi, di Habermas, pur rappresentando un’opera titanica e degna di merito, mostra –almeno al momento – alcuni limiti, di cui mettiamo in luce il principale: la copresenza, ai limiti della confusione tra livello descrittivo e livello normativo (seppur attenuato, un normativismo che definirei “debole”) del suo discorso. Per inciso, la medesima critica che Tursi rivolge ad Habermas, autore da cui evidentemente ancora non riesce a distaccarsi in via definitiva.

E lo facciamo a partire da una critica che l’autore rivolge al concetto di Stato in rete di Castells, il quale mette in luce come la Società in Rete stia scivolando verso istituzioni neo-medievali, dove prevale un’ideologia della governance, secondo cui sarebbe possibile produrre norme e interventi pubblici in modo automatico, sulla base di una razionalità strumentale e neutra che non avrebbe più bisogno del momento decisivo della politica. Castells propone così di ricostruire la democrazia nell’era informazionale, andando oltre l’invecchiata ed inservibile democrazia liberale – ridotta ad un guscio vuoto – ma lo fa, secondo Tursi, richiamando gli ideali moderni (a partire dal trinomio libertà, uguaglianza, fraternità), cioè basandosi sugli stessi valori ormai entrati in crisi.

La copresenza di un piano teorico e di uno politico di cui dicevamo all’inizio punteggia il lavoro di Tursi, così come ha caratterizzato le opere degli autori cui fa riferimento. Livello descrittivo e normativo – ancorché “debole” – si confondono al punto che la critica a Castells e al suo concetto di Stato in rete è in parte – e giustamente – fondata sul limite che “si rischia di occultare le dinamiche di potere dietro al paravento della governance globale”, in parte sul rischio di “rimanere impigliato in una sorta di politica-movimento basata su singole e particolaristiche richieste provenienti dalle realtà locali”. La prima critica è posta sul piano euristico, la seconda sul piano etico-politico. Come se cambiare un modello interpretativo ne mutasse l’oggetto interpretato, come se nominare le cose, avesse il potere di cambiarle.

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