Servizio Pubblico, social networking e nuove soggettività

Il 19 settembre ho partecipato a un seminario su “Le sfide della rete per la creazione di un nuovo “spazio pubblico” in ambito locale, nazionale ed europeo“, organizzato da Infocivica con il sostegno di Commissione Europea e Fondazione Bordoni. Ecco il testo del mio intervento.

Comunicazione virale e certificazione dei contenuti di servizio pubblico

di Robert Castrucci

Paradosso del servizio pubblico

C’è un paradosso nella missione del servizio pubblico, che si può evidenziare facendo riferimento al dualismo tra funzioni manifeste e di funzioni latenti di un’istituzione.

La missione esplicita della Tv di servizio pubblico le è conferita storicamente dal mondo politico, che intende “educare, informare e intrattenere” le comunità nazionali attraverso le Tv di servizio pubblico. Un ideale “illuminista” che incarna il sempiterno mito prometeico di una società degli uomini realizzata secondo un progetto razionale. Tra le funzioni latenti, di più difficile individuazione, non si può non inserire l’inconfessabile tentazione, sempre negata a parole ma sempre praticata nei fatti, di utilizzare in particolare l’informazione per orientare l’opinione pubblica verso una legittimazione dell’architettura istituzionale e della compagine governativa.

Un ideale che rischia di essere sempre meno praticabile (nel caso in cui mai lo sia stato), alla luce della profonda crisi strutturale che attraversa il ruolo e le funzioni delle élites intellettuali e delle élites politiche. Chiedere a un giornalista di legittimare un politico è, in altri termini, operazione sempre più difficile. Al Servizio Pubblico è richiesto di agire come “Intellettuale di Stato”, in epoca di crisi di entrambi i termini del sintagma.

Con bassi livelli di fiducia tra corpo sociale e comunità politica, maggiore è il successo delle emittenti di servizio pubblico sul fronte delle funzioni latenti, maggiore il rischio di distacco da parte del corpo sociale, che vede nell’assenza di autonomia del servizio pubblico dalla politica un chiaro sintomo di inattendibilità e inaffidabilità. In particolare nel campo dell’informazione, che rischia di essere percepita come limitata, nel migliore di casi, o come schierata e subalterna al Governo nel peggiore.

La missione esplicita, incentrata sull’educazione, l’informazione e l’intrattenimento della nazione, a beneficio di una coesione sociale e di una cittadinanza attiva, rimane così vittima della missione implicita, fondata sul controllo dell’opinione pubblica. Maggiore è il distacco tra realtà rappresentata in Tv e percezione dell’opinione pubblica, minore è la credibilità del mezzo, con il rischio di avvitamenti a spirale.

Ne consegue che un’élite illuminata che volesse davvero perseguire il servizio pubblico come strumento a sostegno di coesione sociale e cittadinanza attiva, dovrebbe rinunciare del tutto alla tentazione di “mettere le mani” sull’azienda di servizio pubblico (e probabilmente anche a ogni illusione di controllo sull’opinione pubblica in generale), conferendole piuttosto ampia autonomia intellettuale e culturale e solida indipendenza economica in un quadro di regole che le permetta di rappresentare al meglio le molte energie del paese, valorizzando appieno competenze e professionalità interne.

Ma la questione al centro del dibattito odierno è se il servizio pubblico possa sopravvivere (e in che modo) come mero servizio pubblico radio-televisivo o se non debba riconfigurarsi come servizio pubblico (multi)mediale, con particolare riferimento a Internet. Le righe che seguono sviluppano una riflessione in tal senso.

Audience attive e social networking

L’attività del telespettatore è stata a lungo indagata negli studi sulle comunicazioni di massa. A partire dalla formulazione della “Two step flow theory” di Katz e Lazarslfeld, continuando con il filone dei cultural studies, fino ad arrivare alle più recenti indagini, ad esempio, di Henry Jenkins, emerge in tutta evidenza un ruolo dello spettatore incentrato sulla dimensione della partecipazione. Partecipazione che, in un ambiente tecnologico fortemente convergente e interattivo, si traduce in un’estrema accelerazione dell’attivismo dello spettatore. Inoltre, la nuova composizione sociale delle platee multimediali richiede contenuti e narrazioni fortemente personalizzate e contestualizzate.

Il pubblico digitale non rifiuta i contenuti autoriali (anzi, sembra che il fenomeno dell’user generated content, dopo una rapida diffusione, stia andando ad occupare un suo posto nella dieta mediatica complementare rispetto ai prodotti professionali) ma si appropria dei contenuti televisivi in forme, modi e tempi non previsti in origine, dando luogo a dinamiche di condivisione reticolare non propriamente prevedibili o progettabili da parte delle emittenti.

Alcuni autori dichiarano finita l’epoca della Tv pedagogica proprio per sottolineare la fine del potere del palinsesto e del boradcaster nel determinare la tipologia e la qualità dei contenuti fruiti dagli utenti. Questo punto riguarda le emittenti di servizio pubblico in particolare, dal momento che il loro paradigma deriva dall’originaria missione di “informare, educare, intrattenere”. Risulta evidente come sia necessaria una profonda revisione delle modalità con cui questa missione possa essere svolta nell’ambiente digitale reticolare, mentre sembra ancora da risolvere il dubbio circa la possibilità di poter continuare a svolgere questa missione tout-court.
La rete Internet sta evolvendo verso modelli di fruizione basati sul social networking, dove il potere di influenza degli opinion leader risulta enormemente accresciuto. Il loro ruolo è aumentato grazie alla possibilità di estendere comunicazioni di tipo comunitario. Oggi li potremmo definire i “Hub” delle reti sociali mediate elettronicamente.

Le audience attive e interattive continuano ad apprezzare contenuti professionali e sembra in via di superamento anche la lunga querelle legata allo sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale. Nuovi modelli di business emergono dalle strategie innovative delle aziende tecnologiche globali (da Apple a Google a Facebook), in grado di offrire una remunerazione ai produttori di contenuti.

L’offerta globale di contenuti audiovisivi

Tuttavia, le soluzioni in via di sperimentazione e che sono rapidamente destinate a formare gli standard di fruizione e di remunerazione del prossimo futuro, presentano luci e ombre per le aziende di servizio pubblico. Le luci riguardano la possibilità di ristabilire un contatto con fasce di pubblico che in maniera crescente erano sfuggite alle vecchie forme di trasmissione broadcast, le ombre riguardano almeno due nodi: uno relativo alla catena del valore, l’altro alla dimensione geografica dei mercati. Le aziende che si stanno affermando come nuovi gate-keepers, come intermediari tra contenuto e pubblico sono aziende tecnologiche che, pur non producendo contenuti direttamente, mantengono una forte presa sul pubblico (anche grazie a potenti esternalità di rete) ed esercitano, di conseguenza, una notevole forza competitiva sui produttori di contenuto, comprese le aziende di servizio pubblico. Inoltre, i nuovi gate-keepers sono aziende globali che danno luogo a piattaforme di fruizione planetarie, in opposizione ai vari servizi pubblici confinati a dimensioni nazionali.
Il mondo televisivo in generale e le aziende di servizio pubblico in particolare stanno mettendo in campo diverse strategie, in parte incentrate sullo sfruttamento del mezzo televisivo hertziano (ad esempio, con lo sfruttamento degli eventi in diretta e con la creazione artificiosa di eventi, come i reality show), in parte incentrate sull’evoluzione qualitativa del contenuto televisivo a prescindere dalla specifica piattaforma di fruizione (sempre di più fiction e telefilm vanno in questa direzione), in parte incentrate su di una presenza multimediale e post-televisiva in Internet (in particolare per l’informazione giornalistica).
Certo è che se le aziende di servizio pubblico vorranno continuare a contribuire a influenzare e a rinnovare i valori e i modelli comportamentali delle proprie società di riferimento, dovranno abbandonare le comode rendite di posizione basate su tecnologie e mercati in via di superamento, per concentrarsi su autorevolezza, qualità e reputazione, trovando modi e forme per affrontare il mercato globale da protagoniste.

È ancora incerto se dal punto di vista culturale sia possibile dare vita a un unico servizio pubblico europeo o a una confederazione dei servizi pubblici nazionali, al fine di rafforzare la condivisione di valori in grado di costituire un unico orizzonte per la debolissima identità europea comune.

Eppure la dimensione europea diviene il campo d’azione minimo, la massa critica indispensabile per affrontare a livello globale la negoziazione dei processi tecnologici, in modo da evitare che i nuovi spazi comuni abbiano le caratteristiche di ambienti privati fondati su tecnologie proprietarie.

Fissare standard aperti e non proprietari dovrebbe rappresentare un compito in capo al servizio pubblico, il cui raggio d’azione (ma non solo per questo motivo) dovrebbe però essere quindi quantomeno europeo.

Sfera pubblica e nuove soggettività

Non è un compito facile, perché il ruolo pubblico degli intellettuali (giornalisti, critici, autori, padroni del palinsesto, ecc.) attraversa senza dubbio una fase di forte declino. Qui si inserisce la crisi del servizio pubblico: intellettuale-organizzazione, intellettuale-stato; in crisi some tutte le altre forme moderne di organizzazione dell’opinione pubblica e del consenso.

Resto convinto che se c’è un ruolo per il servizio pubblico, questo debba essere costituito da un’offerta culturale in grado di vivificare e solidificare le lacere e logore trame delle culture nazionali e di reinventare una cultura europea condivisa. Di fronte alla personalizzazione e alla centrifuga comunitarizzazione di modelli e contenuti culturali e simbolici, che appare una forza inarrestabile, l’impegno dovrebbe essere teso a mantenere un orizzonte condiviso, un “unico cielo”.

Non è detto che questa missione vada declinata esclusivamente col broadcasting, anzi. Forme distributive one-to-one o peer-to-peer potrebbero aiutare a diffondere contenuti di qualità presso segmenti sociali molecolarizzati.

Un’osservazione per accennare al fatto che le nuove audience attive e interattive possono rappresentare anche un’opportunità in termini economici, quantomeno per ammortizzare lo sforzo profuso per raggiungere i segmenti di pubblico più molecolarizzati, attraverso il Crowdsourcing. Ma anche per questo è necessario un salto paradigmatico che è culturale e giuridico prima ancora che tecnologico. Penso alla questione dei diritti sulle produzioni, alla possibilità di applicare licenze aperte, che permettano agli utenti di appropriarsi dei contenuti, di modificarli e ricombinarli creativamente e di diffonderli in modo virale.

Nella forma e nella sostanza si tratta dunque di fornire non più edifici culturali completi di tutti i dettagli, in cui gli abitanti si conformino al modello proposto. Cattedrali finite piene di riti celebrativi di un orizzonte culturale deciso a priori. Si tratta piuttosto di fornire unità minime cognitive dotate di senso. Singoli mattoni, moduli di base comuni che il pubblico possa impiegare per costruire liberamente i propri edifici.

Ma qui gli ostacoli potrebbero essere ancora maggiori di quanto esplicitamente prevedibile, dal momento che rinviano a istanze di giustificazione dell’esistenza di un servizio pubblico latenti piuttosto che dichiarate. L’ossessione del controllo, riprendendo il paradosso citato in apertura, potrebbe rappresentare la principale ragione della auto-marginalizzazione delle aziende di servizio pubblico.

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