Gli affari Libici e la guerra

Non che ci fossero dubbi. Il pronto intervento NATO e l’estremo attivismo francese a sostegno della rivlota libica, così come l’estrema cautela del governo italiano nell’aderire al fronte antigheddafi erano dettati da solidi e concreti interessi commerciali. Principalmente intorno a gas e petrolio ma non solo. In questi giorni i vincitori stanno affilando le proprie armi per scannarsi tra di loro: principalmente Francia contro Italia (Qui, qui, qui, qui, qui; insomma: ovunque).

La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, scriveva Carl von Clausewitz  in Della guerra nel 1832. Oggi mi pare che siano gli affari ad essere la continuazione della guerra con altri mezzi.

Al punto che sorge il sospetto che la stessa insurrezione di Bengasi sia stata abilmente progettata a tavolino, come farebbe supporre un accordo segreto siglato tra Francia e ribelli il 3 aprile scorso (cioè cinque mesi fa!).
Poco male dirà chi crede nell’eterogenesi dei fini: facendo i loro interessi i francesi (e appresso a loro tutti gli altri) hanno comunque abbattuto un tiranno e permesso al popolo libico di realizzare una democrazia.

Ora, c’è da dire che al momento la rivolta è costata qualcosa come 50.000 vittime (stima che nella mia opinione è destinata ad aumentare) e non è chiaro se e in che misura causate dai gheddafiani, dai ribelli o dai bombardamenti NATO.
C’è da aggiungere che la composita compagine che anima il CNT, il Comitato Nazionale di Transizione libico non ispira poi tanta fiducia in quanto alla capacità – ammesso che vi sia la volontà – di realizzare un regime liberale e democratico. Certo la provenienza di alcuni tra i maggiori esponenti del CNT dalle stesse file del regime gheddafiano, così come il significativo peso che ivi esercitano organizzazioni di stampo islamista radicale non fanno pensare per il meglio. Se si considera che le ben più pacifiche transizioni in Tunisia ed in Egitto ancora non offrono chiari segnali di un esito evidentemente liberaldemocratico, direi che l’auspicio che in Libia si instauri una democrazia è poco più che un pio desiderio.
E non mi pare che fare affidamento sulla tutela che la Francia intende esercitare sul paese, magari in condominio con Regno Unito, Usa e – forse – Italia, rappresenti una garanzia. Pronto a cambiare idea se avessi un controesmpio fattuale di quando la Francia abbia mai promosso processi democratici nei Paesi che ha colonizzato,

Direi che la questione dell'”esportazione della democrazia”, dopo gli evidenti fallimenti di Afghanistan e Iraq non possa continuare a trovare un’opinione pubblica sinceramente democratica ma – evidentamente anche – profondamente credulona disposta ad appoggiare ancora soluzioni di tipo “guerra umanitaria”.
La guerra è guerra. E dopo l’ultima guerra mondiale la nostra Costituzione aveva saggiamente disposto che noi la rifiutassimo come “strumento di risoluzione delle controversie internazionali”. Che ne è di quella saggezza?

Mala tempora currunt!

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