minoritarismo Manifesto

Mi capita alle volte – sempre meno in verità – di andare in edicola a comprare il Manifesto. E capita anche che qualcuno, subito prima o subito dopo di me, faccia lo stesso.

Inevitabilmente cerco uno sguardo, un sorriso, un’occhiata d’intesa. Una sorta di complicità in questo semplice gesto di comune appartenenza (è una parola grossa, lo so, specie per la comunità eretica ed eclettica dei lettori del manifesto, ma non me ne viene un’altra). E capita, invece, quasi sempre che “l’altro” distolga repentinamente lo sguardo, mostrando d’ignorarmi con frettolosa e innaturale sollecitudine. Come se l’apprendere che un “altro” mostri di acquistare lo stesso “suo” giornale minasse la sua identità fondata su di una radicale, ostinata e ostentata alterità.

Il messaggio che me ne deriva è del tipo: “come ti permetti di prendere il Manifesto anche tu?” o “Il Manifesto è solo mio, non ti permettere!”.
Un atteggiamento ben distante dall’implicità solidarietà che ci si comunicava con gli altri elettori quando ci si riconosceva per strada, con la tessera elettorale in mano, recandocisi al seggio in occasione dei Referendum del 12-13 giugno.

Non sarà un caso che in quell’occasione eravamo maggioranza?

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