Chi ci guadagna dall’user generated content

Interessante serie di infografiche sull’UGC segnalate da Next Tv.

Vi si legge, tra le altre cose, che

Solo una minuscola minoranza di YouTuber riesce a svettare tra le 48 ore al minuto di video condivise sul portale, e lo stesso accade per i fotografi o i programmatori indipendenti di applicazioni per smartphone, per i musicisti senza contratto e per i blogger che puntano a ritagliarsi pubblico pagante e/o sponsor conquistando un posto al sole nelle rispettive web-nicchie, raccolte attorno agli oltre 900 social network e macro community finora censiti.

La conclusione è che, tenuto conto della saturazione dell’offerta UGC, salvo rari casi eccezionali, gli unici a guadagnarci sono le piattaforme su cui viaggiano i contenuti (con ricavi – presumibilmente in dollari – riportati nell’immagine che segue).

Il loro modello di business si fonda sullo scambio tra l’offerta di servizi gratuiti agli utenti, in cambio del “diritto di sfruttare commercialmente, e dunque monetizzare, qualsiasi contenuto venga uploadato sui loro server.”

Un argomento di cui si parla sempre più e che riguarda la sostenibilità nel lungo periodo di un’economia della conoscenza dove il lavoro cognitivo tende ad essere remunerato solo in termini di “visibilità”, “relazioni sociali”, “prestigio”, ecc.

In Italia ne parla Formenti e nel mio piccolo ho linkato (via Precariementi) un contributo che inizia ad avanzare proposte – a mio avviso incomplete, quando non inadeguate – di soluzione.

Il dibattito è quanto mai aperto e individuo almeno due contraddizioni piuttosto rognose:

1. Per anni abbiamo brindato all’abbondanza, alla caduta del regime di scarsità su prodotti culturali come la musica, i film, i telefilm. Con il file-sharing ci siamo costruiti delle mediateche sterminate, ignoradno ed irridendo le voci che di volta in volta si levavano a difendere l’industria culturale e che denunciavano l’insostenibilità di un modello tuttogratis. Ci si diceva che le major musicali, Hollywood, i network televisivi meritavano di essere castigate per la loro eccessiva voracità, per la loro funzione parassitaria di vampiri che succhiavano linfa agli artisti (che, tolte le maggiori star, in stragrande maggioranza ricevono pochissimo per il loro lavoro) e rivendevano il loro lavoro a prezzi folli (vi ricordate quanto costavano i cd? e i dvd?).

Come la mettiamo adesso, che il tema della compensazione del lavoro cognitivo supera per estensione l’ambito della produzione “professionale” e industriale e inizia a riguardarci (quasi) tutti?

Siamo sicuri delal fondatezza della distinzione tra”esproprio “buono” (quello del filesharing) ed esproprio “cattivo” (quello dell’industria culturale)?

E’ davvero preferibile che alla concentrazione dei media, dell’industria musicale, dell’editoria, subentri quella di Apple, Google, Facebook ed Amazon?

2. Rimane il fatto che l’UGC rappresenti un’opportunità straordinaria per tutti quelli che hanno qualcosa da dire e cui l’accesso ai mezzi tradizionali era precluso. Costoro (compresi quelli che, come me, scrivono sui blog, e condividono sui social network) accettano il modello gratis-in-cambio-di-informazioni (info personali o contenuti strutturati; non fa molta differenza) perché evidentemente il desiderio di esprimersi e di condividere è incontenibile.

Su questo punto fonda la prorpia critica a Formenti Mario Pireddu in un intervento sul Fatto Quotidiano di settimana scorsa.

Tanto per vivere la contraddizione, lo riproduco a seguire…

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