La net economy tra taylorismo digitale e lavoro gratuito

Oggi è uscita sul manifesto una mia recensione del libro Felici e Sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro di Carlo Formenti.
Consegno al blog una versione più estesa, che ho dovuto adattare affinché rientrasse nel numero di battute consentito dal giornale.

Un fantasma si aggira per il web. Un fantasma ben diverso dallo spettro di marxiana memoria che si aggirava per l’Europa agitando i sonni borghesi. Questo è invece il fantasma di Menenio Agrippa, il senatore che nel 503 a.c. convinse la plebe romana a tornare a lavoro, ritirandosi dal Monte Sacro. Perché se le membra non nutrono lo stomaco, deperiranno a loro volta prive di nutrimento.
Teoria dei sistemi, cibernetica e teorie della comunicazione conquistano il campo delle scienze sociali determinando una visione del mondo olistica concentrata sulle relazioni armoniche fra gli elementi di un sistema, nella convinzione che la trasparenza informativa possa realizzare un mondo pacificato e senza gerarchie. Oggi, come duemilacinquecento anni fa, il conflitto non serve perché ogni cosa, agendo secondo natura, occupa spontaneamente il posto che le spetta nell’equilibrio generale del mondo.
È un Formenti volutamente polemico quello di Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (Egea, 149 pp., 18,00 €).Il fantasma di Menenio Agrippa torna a vivere due volte nelle tecnologie digitali: nella loro natura costitutiva e nella retorica che ne canta le virtù liberatorie. In un misto di indignazione e di irritazione, con un linguaggio sarcastico, diretto e assertivo, nella prima parte del libro Carlo Formenti si scaglia contro la “faccia tosta dei guru della New economy”, il “cinismo dei retorici della wikinomics” e l’illusione delle utopie egualitarie del web. Finiscono nel vortice non solo i seguaci di McLuhan, i cantori del postmoderno e gli esteti del post-umano. La furia distruttiva travolge anche studiosi più posati come Lawrence Lessig, Yochai Benkler e Manuel Castells, tradizionalmente collocati sul versante critico dello sviluppo dell’economia della conoscenza. Per Formenti invece, i loro discorsi sulla cooperazione spontanea, sulla necessità di indebolire le tutele giuridiche della proprietà intellettuale, sull’esaltazione dell’etica hacker e del software libero, non farebbero altro che spianare la strada a un nuovo tipo di capitalismo digitale. Gli uni e gli altri, esaltando i principi della cooperazione spontanea e del libero mercato, nasconderebbero il più colossale processo di concentrazione monopolistica della storia del capitalismo.

La seconda parte del libro è dedicata a capitale, lavoro e al valore al tempo della rete. In sintesi, come tutte le rivoluzioni tecnologiche, anche quella digitale, da un lato, consentirebbe al capitalismo di colonizzare attività che in precedenza non ricadevano sotto il dominio dell’economia formale, dall’altro favorirebbe la nascita di nuove aree di autonomia sociale, destinate ad essere successivamente integrate nel processo di valorizzazione del capitale.
Ripercorrendo le elaborazioni dei teorici della fine del lavoro, Formenti fa i conti con quelle utopie che negli anni Novanta individuavano nel web uno strumento di liberazione. La crisi della New Economy del 2001 e la conseguente ristrutturazione del settore, avrebbero definitivamente stroncato le ambizioni di una classe creativa che il sociologo americano Florida vedeva come destinata a guidare una società fondata sul rifiuto delle gerarchie, sulla tolleranza e sulla valorizzazione del talento. Al contrario, le tecnologie digitali, lungi dal favorire una liberazione del lavoro dal rapporto di produzione capitalistico, sarebbero all’origine di incrementi di produttività soprattutto nel campo del lavoro creativo, dove il software, interrompendo la dinamica di spostamento della domanda di lavoro verso attività elevate, sostituisce e rende obsoleto il lavoro umano nelle mansioni di progettazione, gestione e controllo. Sommando a questa le tendenze alla delocalizzazione di lavoro qualificato verso paesi in via di sviluppo, l’unico settore fonte di nuova occupazione nell’Occidente industrializzato risulta quello del terziario arretrato con mansioni a basso contenuto professionale e a bassa retribuzione. Un lavoro frammentato e precarizzato, che difficilmente potrà essere attraversato da una coscienza in grado di organizzarlo come classe antagonista.
Anzi, il lavoratore della conoscenza tende ad essere insofferente verso un richiamo a dotarsi di strumenti di lotta collettivi, preferendo un percorso individuale di esodo dal lavoro salariato verso forme di lavoro autonomo di seconda generazione.
A partire dalla condivisone della loro analisi sul rifiuto del lavoro, Formenti si confronta anche con le teorie neo-operaiste, incentrate sulla reinterpretazione del celebre frammento sulle macchine dei Grundrisse. Reinterpretando il Marx del primo libro de il Capitale e in particolare del capitolo VI inedito, per Formenti sottomissione formale e sottomissione reale del lavoro al capitale non andrebbero considerati come due momenti di un processo unidirezionale e temporalmente orientato. Piuttosto esse convivono e si intrecciano in proporzioni diverse a seconda dei contesti storici, sociali e culturali in cui il capitalismo si trova concretamente ad operare. Oggi, sostiene Formenti, proprio le tecnologie di rete applicate alla produzione di conoscenze sono all’origine di una nuova forma di taylorismo digitale, destinato a sottomettere il lavoro vivo al dominio di macchine e algoritmi.
È vero – riconosce Formenti – che la rete ha favorito la nascita di nuove forme di cooperazione sociale per la produzione di beni non commerciali, ma è altrettanto vero che il capitale le usa per appropriarsi sistematicamente di risorse che in precedenza godevano dello statuto di commons immateriali, sottratti al dominio del mercato, oltre che per sfruttare il lavoro gratuito di milioni di prosumers connessi via Internet. E sbagliano anche i teorici neo-operaisti, animati da “un’incrollabile, cieca fiducia nella capacità della moltitudine di inventare sempre nuove forme di auto-organizzazione democratica, finendo paradossalmente per convergere con gli entusiasmi utopistici dei guru del Web 2.0”. L’inadeguatezza del pensiero di Antonio Negri, Paolo Virno e soci si manifesta in particolare nel momento in cui fallisce nell’indicare una teoria ed un soggetto della trasformazione, incapaci di passare dall’analisi dei meccanismi della nuova economia all’analisi della composizione di classe, avendola abbandonata per adottare una “visione metafisica dell’opposizione tra capitale e vita”. Quella di moltitudine sarebbe quindi una “categoria priva di consistenza, astrazione senza carne né sangue

Eppure, a partire dalle email inviate dal movimento zapatista nel lontano 1994, passando per l’organizzazione dei movimenti di Seattle, dei Social Forum globali, dei movimenti studenteschi e giovanili, proseguendo con le pur limitate esperienze legate a Beppe Grillo e al Popolo Viola, per finire con le recenti sollevazioni che hanno incendiato Nord Africa e Vicino Oriente, le nuove tecnologie di comunicazione si sono dimostrate un formidabile mezzo capace di potenziare processi organizzativi dal basso, anche in aperto contrasto con le istituzioni nazionali e internazionali del dominio capitalistico.
Queste considerazioni non bastano al martello pneumatico di Formenti che avanza demolendo ogni fragile speranza di cambiamento, definitivamente affondata da un pessimismo strutturale che arriva a individuare una complicità culturale fra movimenti e discorso del capitalista. È proprio la cultura dei movimenti che avrebbe aperto la strada a nuove modalità di accumulazione capitalistica fondate sulla produzione di emozioni ed esperienze, plasmando al contempo un materiale umano che si presta alla selezione di élite innovative.

L’unico bagliore in grado di illuminare una notte buia e gelida sembrerebbe provenire dai paesi emergenti come la Cina, dove potrebbe aprirsi un nuovo ciclo di lotte fondato sulla convergenza di interessi tra neoproletariato industriale, classe creativa e migranti. Non resta quindi che armarci di cinese pazienza ed attendere sulla riva del fiume.

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4 Responses to La net economy tra taylorismo digitale e lavoro gratuito

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  4. mondokappa says:

    Reblogged this on Mondo Kappa.

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