Giornalismo e new media

Ancora si sente l’eco di quanti affermano che con la blogosfera il giornalismo professionale sarebbe destinato a soccombere alla marea montante dei appassionati amatoriali. Con l’esplosione dei social network questa tendenza alla sostituzione di professionisti con dilettanti non pagati sembrerebbe rafforzarsi ulteriormente.
A questa previsione si aggiungono quelle di fonte accademica o industriale che si azzardano a fissare una data a partire dalla quale cesseranno di essere prodotti giornali stampati su carta. Ora, a prescindere dalle non ottime sorti dell’esperimento del gruppo Newscorp di dar vita a The Daily, un giornale destinato esclusivamente ai possessori di ipad che vi si abbonassero, mi pare che l’alternativa carta/bit sia l’aspetto meno interessante del dibattito.
E’ indubbio che con la globalizzazione del mercato delle informazioni reso possibile dalla pervasività di internet assisteremo a un processo di ulteriore concentrazione nell’industria editoriale e dei media e sono pronto a scommettere che nel giro di pochi anni il numero di testate cartacee è destinato a diminuire. Ma non a scomparire.
Allo stesso tempo aumentano i canali in grado di portarci notizie: twitter, facebook, wikinews, la stessa WikiLeaks e via elencando.

Ma proprio l’abbondanza di fonti, l’assoluta incapacità di ascoltarle tutte, ci mette in una condizione di overload informativo a sua volta fonte di ansie, frustrazioni e incertezza.

Bisognerebbe inventare uno strumento che possa filtrare quest’abbondanza, recapitandoci le notizie di nostro interesse, che siano al contempo attendibili e non delle semplici leggende metropolitane (come la presunto previsione del terremoto a Roma l’undici giugno scorso). Basta un algoritmo per questo? Direi di no.

Questo strumento – io credo – si chiama giornalista. Qualcuno che controlli affidabilità e attendibilità delle notizie, che le colleghi le une alle altre in modo non banale, indicandoci al contempo le sottostanti direzioni in cui sta viaggiando il potere, il profitto e il nostro universo condiviso.

A patto che tale figura (il gironalista e le redazioni che lo dirigono) sia in grado di fare sintesi, meritando la nostra fiducia. A patto che la si smetta di ricavare un articolo da un collage di notizie di agenzia (cui accediamo prima e meglioanche noi utenti) e si riscopra lo strumento dell’inchiesta, peraltro notevolmente potenziata dalle infinite possibilità fornite dalle reti digitali, come dimostra il recente caso WikiLeaks.

Interessante il racconto di Mathew Ingram in un articolo su Gigaom (un sito editoriale che non saprei se definire un giornale), dove si narra di come faccia  il novello gironalista a gestire le oltre 2.000 fonti utilizzate per tenersi aggiornato e scrivere articoli. Ingram chiude il suo pezzo riconoscendola necessità del ruolo di giornalisti ma rifiutando la distinzione tra professionisti e amatoriali.

the reality of media today is that anyone now has the tools to do this, which is why there is so much controversy over who is a journalist and who isn’t. (…) Almost anyone can create their own personal news wire of 2,000 sources and create some journalism, and that is fundamentally a good thing for the media business.

A good thing for media business non significa necessariamente a good thing for actual professional journalists.

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