Il solvente digitale: le origini

Nel gennaio 2006 scrissi un articolo per la rivista Innovazioni (pp. 160-163). A partire da quell’idea, e con un po’ di ritardo, nasce questo blog.

Il solvente digitale

Lo scorso 30 novembre 2005, Francesco Merlo su la Repubblica coniava il termine pensiero corto, per indicare la cortezza contratta all’eccesso che si può riscontrare, ad esempio, nel limite delle 160 battute di un sms. “Le figure e le maschere del pensiero corto – scriveva l’editorialista – sono il telefono portatile, il messaggino, l’ipod, la video clip, l’e-mail, il rap, il blob, la cartellonistica, lo zapping, i sondaggi, la tv digitale e interattiva, il chat telematico”. Da questa invettiva di Merlo, che per inciso, termina con l’affermazione postmoderna che il “pensiero corto è la dissoluzione del pensiero sistematico già predicata da Nietzsche”, vorremmo partire per condividere una riflessione sulle qualità del contenuto culturale nell’epoca della smaterializzazione dei contenitori e dell’avvento della rete.

In epoca di convergenza multimediale, il linguaggio informatico è in grado di tradurre in termini di zero e di uno tutti gli elementi testuali, visivi e sonori del mondo dei media. L’espansione delle reti telematiche ha portato ad una fluidificazione dei contenuti audiovisivi, ormai liberi di riversarsi da un contenitore all’altro degli innumerevioli disponibili. Il volume di informazioni che transitano lungo le reti di tutto il mondo è in continua crescita e non c’è previsione che ne predica una flessione.

E’ doveroso constatare che le modalità con cui è possibile distribuire contenuti multimediali spesso contrastano con i modelli di business adottati nei vari settori dell’industria culturale, confluiti come “fornitori di contenuto” nel più ampio settore della convergenza multimediale. Tuttavia, lasciando da parte per un momento la pur importantissima questione dei diritti di proprietà intellettuale, l’elemento su cui si intende focalizzare in queste righe è quello del rapporto tra contenuto e contenitore, radicalmente minato dai nuovi media. E la tesi che si sostiene è che le tecnologie digitali abbiano trasformato l’esperienza di fruizione dei media, riducendo il prodotto culturale agli elementi di base che lo compongono. Con la digitalizzazione, insomma, il contenuto di scioglie e si scompone nei suoi elementi di base.

Contenuto e funzione

Una metafora per queso processo di dissolvenza può essere presa a prestito dal film di Robert Zemeckis, Chi ha incastrato Roger Rabbit. Il lungometraggio del 1988 è un ibrido tra un film recitato e un cartone animato, dove i cartoni sopravvivevano a tutto salvo la salamoia, un liquido che al minimo contatto faceva letteralmente squagliare i cartoni animati. Possiamo dire che, come la salamoia di Roger Rabbit scioglieva i cartoni, così i media digitali disciolgono i contenuti, decostruendoli a livello molecolare.

Una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza circa la digitalizzazione dei media sostiene che, con l’informatizzazione, il contenuto digitale è perfettamente separabile dal contenitore: il contenuto può essere trasferito da un supporto all’altro e può essere indifferentemente riversato su un cd, un hard disk, una memoria portatile o fluire nel ciberspazio delle reti. Il contenuto è infinitamente replicabile, rimanendo la copia perfettamente identica all’originale e da questo indistinguibile. Eppure, a ciò che è vero sul piano tecnico, non sempre corrisponde qualcosa di reale sul piano sociale. Il fatto che i contenuti siano trasparenti rispetto alle piattaforme deve insomma confrontarsi con l’opacità dell’utente e con tutto il carico cognitivo, emotivo e identitario che questo racchiude. Il contenuto, in altri termini, si combina con la funzione d’uso. Pur replicabile e trasferibile su diversi supporti, il contenuto non è affatto indifferente al supporto materiale che lo contiene. Diverso è il contesto d’uso di un videoclip scaricato su un pc, da quello dello stesso video trasmesso in un palinsesto televisivo. Più aumenta la possibilità  per l’utente di manipolare il contenuto, maggiore è la forza dissolvente.

Prendiamo la musica. La nascita e l’affermazione del rock, che avveniva nello stesso periodo in cui esplodeva la società dei consumi, si basa sulla diffusione del disco in vinile. All’egemonia del rock, si accompagna la forma del long playing a 33 giri: 40-45 minuti di musica, divisa per canzoni di tre o quattro minuti ciascuna. Ma già con l’introduzione commerciale dei registratori a nastro, il collante garantito dalla forma LP s’indebolisce. Accanto ai formati da 46 minuti – su cui si registrava un intero LP – e da 90 minuti – due LP, uno per lato – nasce la cassetta da 60 minuti, evidentemente destinata alle compilation: un’ora di musica personalizzata, eterogenea e libera dal vincolo dell’album in vinile.

E’ facile argomentare che, con la nascita del compact disk, la dimensione dell’album di un artista o di un gruppo musicale sia cambiata, passando agli attuali 70-80 minuti di registrato. E’ chiaro come la forma abbia influito sul contenuto. Con il superamento di un limite nella capacità tecnica del contenitore, un singolo album aumenta di durata.

Il contenuto-flusso

Con l’affermazione di Internet, è stato superato anche il nuovo limite del prodotto digitale off-line. Il settore ha visto una pesante flessione nella vendita di cd, mentre si sono affermate nel tempo modalità di distribuzione in rete più efficienti. A questo punto, non la trasformazione ma la totale assenza di un contenitore (in questo caso il cd) non solo ha liberato il contenuto come prodotto sciolto dai vincoli dell’involucro materiale che lo conteneva, ma ha contribuito a ridurre il prodotto musicale nei suoi elementi essenziali: i singoli brani. Nel momento in cui si acquista musica online e la si archivia su una memoria fissa o portatile, l’unità di misura non è più il prodotto-cd ma la singola canzone.

In sintesi: se il contenitore CD tiene insieme una serie di barni – un album – da acquistare in blocco, le tecnologie digitali in rete, oltre a liberare il contenuto dal suo involucro materiale, dissolvono anche il collante che legava i singoli brani l’uno all’altro in un unico prodotto.  L’utente in rete non acquista tutto il cd del suo musicista, pagando anche l’ingiusto prezzo delle canzoni riempitive e meno ispirate, ma scarica il singolo brano, che poi ascolterà remixandolo in una compilation, un flusso, una dieta mediatica unica e irripetibile dove, accanto al pezzo rock, convivono brani sinfonici e proteste rap, pezzi all’ultima moda, vintage di qualità e modernariato più o meno rottamabile.

Ancora. La forza dissolvente dell’informatica non si ferma al confine della canzone. Si pensi al mercato delle suonerie per telefoni cellulari. L’industria musicale ha saputo creare nuove occasioni di business grazie alla riduzione a suoneria dei brani musicali di maggior successo. In questo caso, ciò che sopravvive non è più neanche il singolo brano bensì il semplice ritornello, un jingle, una frase musicale isolata.

Ma il discorso non si ferma al mercato della musica registrata e vale per tutti i contenuti mediali.

Cosa succede dunque quando il contenitore non è più il disco, la videocassetta o la televisione ma è la Rete? In che modo si configura il contenuto quando è trasmesso in rete, quando perde il contatto con l’entità fisica e materiale che lo definisce, lo limita, che gli dà confini e diviene fluido? Qual è la fenomenologia del contenuto-flusso?

Anche nell’audiovisivo l’intervento dell’utente verso una decostruzione del prodotto offerto precede l’introduzione del digitale: telecomando prima e videocassette poi, hanno contribuito notevolmente a smontare il palinsesto di flusso, aprendo le porte alla cultura dello zapping o, come direbbe Merlo, al pensiero corto. Ma è con il digitale che questa tendenza viene elevata a potenza. I nuovi media pullulano di iniziative in tal senso. Molti analisti scommettono sul fatto che il palinsesto andrà a tenere compagnia alle prime radio a valvole in un ideale museo delle comunicazioni. Ed effettivamente, assistiamo a una serie di innovazioni nei modelli di offerta e nei dispositivi di ricezione che mettono in crisi questo collante. Ne citiamo alcuni: con il video on demand il tempo di fruizione è interamente gestito dall’utente che decide come e quando godersi uno spettacolo; l’ultima generazione di decoder per TV digitale è munita di PVR (Personal Video Redorder), in grado letteralmente di strappare i programmi trasmessi dal palinsesto di riferimento e di mettere gli utenti in condizione, non solo si saltare le interruzioni pubblicitarie, ma anche di rivedere all’istante una scena in moviola o di saltare le scene di scarso interesse con un semplice click; la IPTV (Internet Protocol TV) mette a disposizione degli internauti archivi sempre più ampi di programmi televisivi, fiction e filmati vari; infine, congelando ancora una volta il dibattito sui diritti di proprietà intellettuale, si diffonde sempre di più nel web la pratica di estrapolare da una qualsiasi fonte video una breve e significativa sequenza (la torta in faccia a Bill Gates, l’intervento di Berlusconi a Ballarò, il fu-fù di D’Alema). Si potrebbe continuare elencando ma, ai fini dell’esposizione, gli esempi citati dovrebbero bastare per rendere l’idea. Dissolvenza.

Prendiamo, infine il settore dell’informazione a stampa, intesa come news. Il supporto analogico tradizionale dell’informazione è il giornale. I primi tentativi di trasferire i giornali on line consistevano nel riprodurre gli stessi testi (spesso in un formato e in un’impaginazione molto simile a quelli cartacei) e metterli sul web. Ma presto si è scoperto che il contenuto, pur essendo liberamente trasferibile da un supporto all’altro, andava riorganizzato. Chi accede alle informazioni su internet, infatti, non saprebbe che farsene di sessanta pagine da sfogliare ma, coerentemente con il pensiero corto di Merlo, consulta direttamente l’articolo che tratta l’argomento di proprio interesse e spesso neanche quello, limitandosi a consultare la notizia in sé, condensata in poche righe di testo. Le meraviglie del cut & paste – del copia e incolla – permettono a chiunque di isolare una seguenza di parole, decontestualizzarle dal “contenitore” originario e ricontestualizzarle in una nuova creazione: un blog, una mail, un messaggio in chat.

Anche in questo caso, il digitale scioglie il prodotto culturale: dal giornale al singolo articolo, dall’articolo alla notizia nuda e cruda, dal testo alla citazione, dal pensiero all’aforisma. Ne risulta, peraltro, una crisi reale della capacità di mediazione tra realtà e pubblico, tipica del racconto giornalistico. Sul tema della disintermediazione portata dai nuovi media si è detto e scritto molto. Senza entrare nel dettaglio dell’argomento, interessa qui sottolineare come la crisi della funzione d’intermediazione si manifesti anche nell’incapacità di mantenere in un album tutta la catena dei brani che l’artista propone al pubblico, nell’incapacità dei caporedattori di proporre una gerarchia di notizie impaginate in un giornale, nell’incapacità dei broadcaster d’inchiodare il proprio pubblico ad un unico palinsesto, spazi pubblicitari compresi.

Parafrasando Shakespeare, potremmo placidamente affermare che ci sono molti più modi in cielo e in terra per utilizzare il tuo contenuto di quanti non ne preveda il tuo piano marketing, Orazio. O, che è lo stesso, che l’utente prende il singolo pezzo di contenuto di suo interesse, lasciando la zavorra e tutto il cucuzzaro in carico ai produttori.

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