Wikileaks è un’agenzia di stampa!

Assange definisce Wikileaks come “Un sistema non censurabile votato alla fuga di una massiccia quantità di documenti non tracciabili, disponibili per una analisi pubblica”. (dal New Yorker)

Se i primi due obiettivi sono stati raggiunti, il terzo resta ancora nel guado. L’analisi pubblica dei documenti disponibili su Wikileaks avviene solo successivamente alla loro pubblicazione e questo contrasta con la deontologia professionale del giornalismo, che richiede una verifica dei fatti e delle fonti, oltre che la tutela delle persone ingiustamente coinvolte nella notizia, prima della sua pubblicazione.

Questo rappresenta uno dei nodi teoricamente e politicamente più densi dell’intera questione Wikileaks. Wikileaks riceve in media 30 documenti al giorno e rende pubblici quelli che ritiene credibili, nella loro forma originaria, con qualche commento di contorno.  D’altra parte la sua missione è quella di denunciare l’ingiustizia, non quella di fornire un equilibrato resoconto dei fatti.

L’idea di Assange è quella di generare un nuovo modello di “giornalismo scientifico”. Come il mondo della ricerca scientifica richiede che un articolo sia accompagnato dalle fonti e dai dati che hanno permesso di trarre determinate conclusioni, in modo che altri scienziati possano replicare l’esperienza, verificare la correttezza dei dati e dei metodi, anche il mondo del giornalismo dovrebbe funzionare allo stesso modo.

Per questo Wikileaks, dal momento che pubblica le fonti “nude e crude”, ritiene di avere il diritto di accompagnarli con una propria analisi speculativa e schierata. Anche l’incertezza sull’attendibilità e la veridicità del materiale grezzo pubblicato sarebbe stata superata dalle dinamiche cooperative della rete. Sarebbe stata quindi l’intelligenza collettiva del popolo della rete, i blogger, i mediattivisti che, sul modello di Wikipedia, avrebbero saputo analizzare, interpretare e fornire il giusto contesto alle informazioni pubblicate.

Ma ben presto Assange capisce che manca una partecipazione distribuita all’interpretazione del materiale che Wikileaks rende pubblico e che il crowdsourcing in questo contesto non funziona. Le notizie sono date in pasto all’opinione pubblica senza alcuna mediazione di sorta, né prima – come avviene nel modello del giornalismo tradizionale – né dopo – come avviene per l’evoluzione della ricerca scientifica o per la compilazione delle voci della celebre enciclopedia online -: una volta pubblicati i materiali, essi si fanno notizia e, come si sa da tempo, una notizia non può essere cancellata ma, nel caso, solo rettificata. Provate a chiederlo a una persona ingiustamente diffamata.

Questo limite deve essere apparso evidente anche ai responsabili dell’organizzazione, dal momento che il loro modello, almeno nel caso di quest’ultima ondata di rivelazioni, è profondamente cambiato. I documenti sono stati infatti trasmessi a cinque giornali di rilievo internazionale, lasciando che fossero le redazioni a sobbarcarsi il lavoro di verifica, accertamento dei fatti e tutela delle persone coinvolte.

Come in un corto circuito tra logica dei media istituzionali e logica hacker, wikileaks si avvita su se stessa perché non in grado di fornire le fonti allo stato puro a una comunità di pari disposta ad analizzarli e non in grado di disporre delle professionalità necessarie per trattarli internamente. Wikileaks non è quindi, né wiki (la sua natura non è collaborativa come quella di wikipedia), né è una testata giornalistica.

Wikileaks è un’agenzia di stampa, che fornisce le proprie informazioni al mondo dei media professionali, perché questi li possano trattare e “impacchettare” per il proprio pubblico.

Il che ne decreta il fallimento, perché la verità continua ad essere una costruzione sociale orientata da parte dei mezzi di comunicazione, dei giornalisti. Proprio quello contro cui Assange intendeva lottare.

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