La nuova Rai. Un contributo in memoria di Massimo Fichera

Ovvero: delle virtù del “Provizio” digitale

Lo scorso 7 luglio si è svolto un seminario di Infocivica sulla consultazione pubblica Cambierai. Riporto a seguire il testo del mio intervento

Troppo spesso e da troppo tempo si sente discutere della Tv pubblica in termini di canali da dedicare all’offerta di servizio pubblico – finanziata dal canone – e all’offerta commerciale – sostenuta dalla pubblicità. Questa proposta, alle volte articolata con una richiesta di una maggior territorializzazione o regionalizzazione di Rai Tre, si ispira alla riforma del 1987 con cui in Francia si è giunti alla privatizzazione del primo canale TF1. Trenta anni son passati da allora, la Tv è diventata digitale, si sono affermate e prosperano piattaforme alternative alla Tv terrestre. Il panorama è molto mutato in Italia anche dal punto di vista del mercato, visto che si è passati dal modello misto pubblico-privato degli anni Ottanta e Novanta, all’affermazione di un forte operatore di pay Tv come Sky, che ha portato una sana ventata di competizione. Ma già stanno emergendo nuovi e più agguerriti soggetti, che operano su di un mercato immediatamente globale. Si pensi a Netflix e ad Amazon Prime, senza considerare l’ormai maturo successo di un servizio come Youtube.
Né vale ricordare che, ad oggi, i canali di Tv lineare della Rai sono almeno 14, senza considerare le edizioni regionali, l’offerta radio e l’offerta non lineare, su cui torneremo. La citata proposta riecheggia nelle vuote stanze di qualche ministero o rimbomba nel mezzo dei programmi di qualche partito, mettendo clamorosamente in evidenza l’assenza di una vision al passo coi tempi.
Allora viene da chiedersi se, dovessero un domani essere introdotti nuovi standard ancora più efficienti – come il DVB-T2 – in grado di comprimere il segnale di un fattore 10, sarebbe obbligo della Rai spalmare la propria programmazione – e le proprie limitate risorse – sull’intera capacità trasmissiva ottenuta, raggiungendo un bouquet di 30 canali? In quel caso cosa si farebbe: 15 finanziati dal canone e 15 dalla pubblicità? 10 e 20? E con quali risorse? Con quali risultati in termini di qualità media trasmessa? Eppure, ferma restando l’evidente impossibilità per il servizio pubblico di dar vita a un’offerta iper-segmentata, come se fosse una piattaforma di pay Tv, il dibattito, come si diceva in premessa, ancora orbita intorno alle tre reti analogiche, alla casalinga di Voghera e a Pippo Baudo a Domenica In.

Credo invece con forza che qualsiasi proposta di articolazione del servizio pubblico radiotelevisivo oggi non possa che partire dalla presa d’atto che la Tv è ormai digitale, parte di un ecosistema più ampio costituito dalle innumerevoli fonti e reti connesse attraverso il protocollo internet. Le annunciate intenzioni della Rai di lanciare un’evoluta piattaforma di Tv on demand vanno nella giusta direzione ma non sono che un primo passo. Nel caso la Rai e la politica che la governa, al lento e inevitabile declino, scelgano la più dolorosa via della trasformazione, vorrei qui richiamare alcune semplici lezioni maturate dal lungo e proficuo dialogo intrattenuto negli anni col maestro Massimo Fichera.

Per la prima volta da quando è nata la Tv non è più la punta più avanzata del cambiamento tecnologico ma, anzi, lo insegue e, per molti versi, lo subisce. Per uscire dall’angolo occorre abbracciare il futuro e farcisi un giro di danza, rischiare innovando, assorbire il nuovo che è nell’aria, accettando di mettere in discussione le certezze e le professionalità fin qui acquisite.
Le risorse pubblicitarie sono in diretta competizione da una piattaforma all’altra e attraversano confini, frontiere ed oceani, così come lo è l’attenzione degli utenti, che hanno peraltro in buona parte anticipato le emittenti televisive nella migrazione su internet: immediatamente globale, personalizzata e molecolarmente strutturata. A nulla vale, quindi, aggrapparsi alle frequenze come se fossero il principale asset di cui dispone un broadcaster. Non serve un’aumentata capacità trasmissiva su cui spalmare palinsesti lineari d’essay ma nuovi strumenti digitali per facilitare l’accesso a programmi originali e d’archivio organizzati in maniera dinamica.

La definitiva separazione delle tecnologie di trasmissione dalla produzione di contenuti offre alla Rai la possibilità di focalizzare la propria mission sul lavoro editoriale, che va radicalmente ripensato per la società in rete della disintermediazione e del protagonismo degli utenti. La crisi del lavoro editoriale è una delle forme in cui si manifesta la più generale crisi del lavoro professionale e del ruolo degli intellettuali e della loro autorevolezza, incalzati dalla progressiva centralità degli algoritmi.
Si chiede al servizio pubblico di rafforzare la coesione sociale, unendo cultura alta e cultura bassa, fornendo un comune codice di interpretazione della realtà ai diversi gruppi sociali e culturali che abitano la nostra epoca di transizione. Ma qualsiasi messaggio “contenuto” nei programmi (in quelli di informazione come in quelli di intrattenimento; in quelli educativi come in quelli di varietà) è destinato a cadere nel vuoto se non si riesce a raggiungere il pubblico, ad entrare in connessione con esso, sia materialmente – con un’accessibilità potenziata da un’offerta tecnologicamente adeguata – sia emozionalmente – con un linguaggio in grado di parlare a tutti i gruppi sociali e a ciascuno di essi.
Non è un mistero che il pubblico giovanile sia in fuga, non solo dall’offerta Rai, ma dalla Tv lineare tout court. Nuovi e più avanzati modelli di fruizione si stanno prepotentemente facendo largo e altrettanto nuove e innovative imprese tecnologiche li stanno interpretando per offrire prodotti televisivi al di fuori della televisione, entrando in ascolto e sviluppando un dialogo con le innumerevoli comunità di utenti, rispondendo a bisogni emergenti.
Alla dis-intermediazione occorre rispondere inserendosi nel movimento della ri-mediazione. Nel mare magnum della sterminata offerta di contenuti amatoriali e professionali presenti in rete, la Rai deve dare il suo contributo alla generazione di senso, facendo leva, tanto sulla propria capacità autoriale, quanto sulla capacità di selezionare istanze autoriali esterne – anche quelle provenienti dal basso, dal pubblico – in linea con la mission del servizio pubblico. Un editore digitale al servizio della creatività e della crescita culturale del paese deve saper mettere a disposizione i propri contenuti in maniera aperta, in forma modificabile, manipolabile, per poi riappropriarsene e favorirne l’ulteriore circolazione che ne può derivare. Ma ci vuole coraggio e visione.

La convergenza tra media e tecnologie digitali non riguarda solo la distribuzione del segnale e l’accessibilità ai contenuti e non basta affiancare l’offerta di servizi interattivi ai programmi tradizionali. Prima o poi il digitale s’infiltrerà anche nella trama stessa del linguaggio televisivo per produrre qualcosa di radicalmente nuovo. Allora smetteremo di classificare l’offerta distinguendo tra cos’è programma (il contenuto diffuso) e cos’è servizio interattivo (più o meno accessorio al programma stesso) e ci troveremo di fronte la nuova categoria del Provizio, vera e propria crasi ontologica tra programma televisivo e servizio della società dell’informazione
Pensando a McLuhan, sappiamo che l’avvento di un nuovo mezzo di comunicazione determina sempre un adeguamento dei mezzi più vecchi alla nuova presenza. Non vi è un effetto di sostituzione totale. In questo senso, mentre il linguaggio della nuova televisione è ancora in via di definizione, già – attraverso le modalità di consumo – si mostrano le tendenze verso cui questo veleggia (riduzione dell’asimmetria tra emittente e ricevente; empowerment dell’utente; messa in discussione del ruolo degli intermediari tradizionali e ri-mediazione attraverso ibridi di algoritmi, autorialità diffusa e partecipazione degli utenti). Anywhere, anywhen, anyhow: ovunque, quandunque, in qualunque modo. Presto o tardi queste nuove modalità di accesso, con l’accumularsi di modifiche incrementali, daranno vita a un salto di qualità, rendendo il linguaggio del nuovo mezzo di comunicazione – che per comodità chiamiamo Tv su internet ma che andrebbe riconosciuto non trattasi né di Tv, né della internet cui siamo abituati – qualcosa di molto diverso dal linguaggio televisivo fin qui sperimentato; un Provizio, appunto. Un cambiamento che molto più che all’avvento del sonoro nel cinema o del colore nella Tv dovrebbe essere accostato agli effetti dirompenti sulle culture e sulle società europee innescati dall’avvento della stampa a caratteri mobili.

Abbiamo vissuto nel mondo di internet a sufficienza per comprendere che tutte le promesse che il nuovo mezzo conteneva in nuce (orizzontalità, democraticità, nuovo spazio pubblico, società dell’informazione, economica della conoscenza) si sono poi realizzate in modo diverso e – spesso – deludente (perdita dell’autorialità, omologazione, bolle informative, overload informativo, nuove forme di esclusione). Il nuovo è in via di definizione e il vecchio è da ridefinire. La Rai può scegliere se dedicarsi alla ridefinizione del vecchio, rispondendo alla domanda: cosa resta della Tv tradizionale una volta divenuto un mezzo complementare a quello nuovo, se non residuale? Oppure può decidere se, presidiando e “innovando” anche il vecchio, non sia il caso di affrontare la fortuna ostile, non condannandosi all’oblio ma combattendo trasformandosi. Morire e rinascere. Quantomeno tentare di darsi un senso e una missione nel pur ingovernabile pulviscolo digitale. Quello che non può fare e non si può permettere che le venga imposto è di continuare a pensarsi come un rimedio analogico a questioni e problemi sociali ormai ampiamente riconfigurati e sommersi dalla montante modernità liquida.

Robert Castrucci

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Roma, le Biciclette e gli automobilisti panzoni

Quelle quattro bici messe da Veltroni sono sparite.
Ora hanno tolto anche le colonnine presso le quali avresti dovuto trovarle. Non ci sono neanche piste ciclabili o corsie riservate.

bike sharing roma 2
Il romano medio, panzone e auto-dipendente, al punto da andarsi a comprare le sigarette in macchina, odia i ciclisti e imputa loro la responsabilità del traffico.
Al ciclista suonano il clacson e urlano improperi, risentiti.

Il ciclista romano si adatta e viaggia sul marciapiede, dove sfiora vecchiette claudicanti, taglia la strada a mamme coi passeggini e s’incazza se non ti scansi per tempo quando scampanella.

ciclista
Poi ingaggia battaglie con gli automobilisti per chi ce l’ha più duro e per dimostrargli che si sbriga prima.
Il gioco finisce quando piove; allora il ciclista romano tira fuori la panza e la infila in macchina per andarsi a comprare le sigarette.

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Guerra e potere in Siria

Aleppo2

Non vedo parti con cui schierarsi e, quello che più mi angoscia, è che non vedo soluzioni praticabili.
Vedo l’orrore della guerra e osservo la nostra indifferenza verso quell’orrore. Il progressivo cinismo che ci fa levare lo sguardo da chi da quella guerra fugge.

Aleppo

L’implosione del sogno di un’Europa unita in pace dove, pur di soddisfare l’appetito della bestia ignorante razzista, non si esita ad innalzare muri e barriere per tenere l’uomo lontano dall’uomo e nascondere la guerra voluta da quegli stessi governi.

la strada

Vedo tutto questo e temo tutto il resto che i miei stanchi occhi saranno ancora costretti a vedere: quei padri sono io? quei figli, saranno i miei? E, ancora, non vedo soluzioni, né qui, né altrove.

Il potere gioca coi dadi delle nostre vite e ci costringe a rotolare nel suo gioco e a mostrare una faccia. Lui che non ne ha una, usa le nostre per vincere o perdere.

E quando perde, siamo noi che perdiamo. E quando vince, ci illudiamo che perdano altri.

– – –

In Siria, un bombardamento ha colpito un ospedale in Aleppo, pare che questa volta la colpa sia del Governo o dei suoi alleati. È rimasto ucciso anche l’ultimo pediatra rimasto in città.

Intanto l’Austria ha deciso che chiuderà il passo del Brennero con un muro, l’Inghilterra ha rifiutato rifugio a tremila bambini intrappolati a Calais ed il Canale di Sicilia continua ad ingoiare nuove vite.

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Chi arriva, chi parte, chi resta

Alcune osservazioni sul libro Al palo della morte di Giuliano Santoro

Il 18 settembre del 2014 moriva a Torpignattara Mohammad Shahzad Khan, giovane lavoratore pakistano, ucciso di botte da un minorenne italiano. Ci vorrà qualche giorno per capire come si sono svolti i fatti. Ci vorrà un anno per stabilire una verità giudiziaria. Ci vorrà più tempo ancora perché il quartiere si interroghi sull’accaduto e inizi a reagire.

“Cosa hai, perché giri senza pausa e non smetti di cantare, dove vai a dormire stanotte, hai bisogno di qualcosa?” Questo vorrei aver chiesto a Shahzad quella notte, quando lo sentivo girare per le vie del quartiere. Invece ho chiuso la finestra, sperando che andasse via o che smettesse. Poche strade più in là, pochi minuti dopo, Shahzad ha trovato la morte – una mano de fero, nel linguaggio cinematografico del verdoniano Mario Brega, adottato come metafora da Santoro, che si chiede se qualche altra mano-piuma avrebbe potuto aiutare Shahzad. Forse la mia? Resterà sempre il dubbio.

al-palo-della-morte-alegreMa tutto questo succederà dopo. Dopo aver collegato l’omicidio di cui tutti parlano e la scena vissuta, dopo comunque aver assistito al corteo di amici e famigliari dell’allora presunto omicida che si snodava per via Malatesta chiedendone il rilascio.

Non solo i famigliari e gli amici, anche semplici conoscenti di conoscenti, con cui mi è capitato di parlare, minimizzavano le responsabilità del minorenne romano, minimizzavano in generale la portata dell’accaduto. Pronti a credere (o a far credere) a qualunque versione – il pakistano era ubriaco, era già stato picchiato prima da qualcun altro, ha provocato sputando – purché fosse chiaro che ad essere in gioco era la vita del diciassettenne, non quella di uno straniero cui era stata tolta. Ed eccola l’implicazione filosofica e universale di questa vicenda tanto misera e tanto locale. Uno straniero è stato ucciso. Una persona ha ucciso uno straniero. Una persona ha ucciso una non persona. È possibile dunque dividere il mondo in persone e in non persone? Quanto è radicata una cultura del genere? È destinata a crescere? Si può contrastarla? E come?

Le storie nel mosaico urbano

Al Palo della Morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia” (Edizioni Alegre, 173 pp., 15 Euro) è il libro che Giuliano Santoro ha scritto, tentando di raccontare, insieme all’omicidio, le pulsioni profonde che animano questo spicchio di periferia storica, fin dalla sua nascita. Quella di Shahzad è una storia che intercetta altre storie tra loro concatenate. Frammenti che, come le tessere di un mosaico, restituiscono un quadro d’insieme solo da una certa distanza, da cui si riescono a cogliere le trame interconnesse. Allontanandosi e avvicinandosi nel tempo, entrando e uscendo dalle case, dal quartiere e dalla città, l’autore ci invita a modificare la messa a fuoco continuamente, evocando “ciò che ci è familiare allo scopo di turbare le aspettative, stimolare l’attenzione su quello che la realtà nasconde, individuare discordanze più che affinità.”

Mosaico Urbano è anche il titolo del bel libro dell’urbanista Carmelo Severino (Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore) che segue il filo rosso delle trasformazioni urbane. La dinamica delle forze sociali che si sono coagulate sul territorio e danno vita a un quartiere popolare che accoglierà nel tempo esperienze del movimento operaio, immigrati dalle campagne, comunità imperniate attorno alle parrocchie, (di Sant’Elena inizialmente e poi di San Barnaba, San Leone Magno e San Luca). Il mosaico è nell’eterogeneità urbanistica del quartiere, le cui diverse parti restano distinte e avulse dal contesto, in attesa di un’armonizzazione sempre perseguita, ma mai realizzata. Dal dopoguerra esplodono degrado urbano e marginalità sociale, in un contesto di sviluppo del territorio che vede prevalere gli interessi immobiliari e determina il definitivo venir meno dell’opzione industriale, senza apportare la necessaria riqualificazione urbana. Soltanto negli ultimi anni, grazie ad una diversa sensibilità urbana, si è avviato un lento e graduale processo di rinnovamento che stenta, però, a decollare nella pienezza della sua potenzialità. Un processo difficile, conclude Severino, che se non accompagnato da adeguate istanze partecipative, può comportare la trasformazione del tessuto identitario del quartiere. E che, possiamo aggiungere oggi, a dieci anni dalla pubblicazione del libro, troppo spesso si intreccia e si confonde con dinamiche di gentrificazione, che l’identità del Pigneto e zone limitrofe  rischiano di affossare definitivamente.

Proprio il tessuto identitario del quartiere è l’oggetto della particolare indagine del nostro Santoro che scava nella cronaca e nelle pieghe della storia per raccontare quello che è accaduto, senza bisogno di addomesticare la realtà ma per scovarvi delle possibilità. Anche queste passano per percorsi di partecipazione.

Non passa per percorsi di partecipazione invece l’indagine sulla sicurezza svolta dal comune di Roma nei giorni scorsi del febbraio 2016 con un questionario disponibile online. Di fronte alla definizione di sicurezza offerte, pare che invece l’approccio istituzionale voglia prescindere dalle dinamiche sociali collettive e da percorsi di partecipazione pubblica. Si propongono più controlli di polizia, illuminazione, videosorveglianza, pulizia, limitandosi a considerare la cittadinanza un termine passivo della politica metropolitana cui proporre servizi di polizia/pulizia, piuttosto che una forza in grado di appropriarsi del territorio che abita. Con buona pace di chi tenta un debunking di parole apparentemente neutrali come pulizia e decoro (si veda Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza di Tamar Pitch).

Naturalmente Santoro appartiene a quest’ultima schiera e puntualmente infila il dito nella piaga quando descrive la fuga nel privato domestico, barricati nel fortino della proprietà, dove disagio e povertà possono nascondersi nella solitudine della propria casa. Mentre fuori ci sono loro, che occupano i marciapiede per pregare, che si appropriano di spazi che a noi sembravano obsoleti e oramai scomodi anche per passeggiare. In questo quadro, le campagne contro il degrado o per la sicurezza, lungi dall’intercettare una cittadinanza attiva, si ribaltano di segno e sfociano nel quartiere in pestaggi a sangue di residenti bengalesi ad opera di giovani fascisti nel pieno di un rito di iniziazione propedeutico alla loro accettazione nel gruppo militante. Vengono da fuori a fare i “banglatour”, si accaniscono contro i bengalesi perché considerati particolarmente miti e non pericolosi. Vengono a Torpignattara da fuori, a far palestra di razzismo.

Tre mondi da tenere assieme

Ma quello di Shahzad è un altro episodio, che racconta un’altra storia. Una famiglia che abita il quartiere da anni, una giovane coppia di loro vicini di casa, recentemente trasferitasi nel quartiere. Due modi di vivere un quartiere, due mondi che insistono su un territorio, che, insieme a quello di Shahzad fanno almeno tre: chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città o del paese, chi, non essendo riuscito a partire, è costretto a restare, subendo un cambiamento urbano che non è in grado di governare.

Illuminante è la descrizione dei rapporti della testimone chiave dell’omicidio (la cui testimonianza permetterà di accertare i fatti e di condannarne gli esecutori, di lei vicini di casa) con i rappresentanti istituzionali, carabinieri, questurini, giudici ma anche giornalisti e avvocati: tutti continuavano a dire quelli là per indicare i suoi vicini di casa, che lei combattuta da mille sensi di colpa contribuisce a far arrestare per la morte di un uomo che potrebbe essere un altro vicino di casa. Quelli là, come se la componente sociale cui appartengono, quella del ceto popolare che da sempre vive a Torpignattara, fosse un corpo sociale a sé stante. Come se le vite di questa gente scorressero in un universo parallelo, che solo raramente incontra il nostro.

Ancora più illuminanti sono le parole che il padre del minorenne omicida (poi condannato anche lui, sempre per omicidio) rivolge sprezzante e disperato alla nostra coppia di testimoni: Non avete visto niente, siete delle spie, comunisti di merda. Tornatevene ai Parioli, zecche! Ai Parioli. Zecche. Le zecche stanno ai Parioli. Un nome che evoca viali alberati in collina, sospesi tra l’ansa del Tevere, Villa Ada e Villa Borghese. Roma Nord. R1ichiama il Piperno de Le peggiori intenzioni, la provenienza degli assassini del massacro del Circeo, gli intrecci tra l’affarismo parastatale e la borghesia nera raccontata da Smeriglio in Suk Ovest. Invece, no. I luoghi comuni si ribaltano nel loro opposto. Una frase che comunica molto più di quel che dice, a saperla leggere. Siete ricchi, quindi zecche. Venite da fuori (da tutti i Parioli del mondo, ma non da qui) a portare una morale altra, diversa, esterna, da fuori. Quasi a incarnare la nemesi e il fallimento del Partito intellettuale organico, che ambiva ad elevare le classi popolari con un’iniezione di coscienza esterna. Il partito è morto, le classi popolari abbandonate, l’intellettuale boccheggia, ridotto a knowledge worker precario e malpagato, resta la coscienza esterna. Da fuori. Dai Parioli.

A chi dovesse risultare spiazzante l’idea che la Roma ricca del centro si collochi più a sinistra della Roma popolare delle periferie, consiglio la lettura del breve ma significativo “Roma, non si piange su una città coloniale” di Walter Tocci e, in particolare, dell’analisi elettorale contenuta nell’appendice curata da Federico Tomassi. Dividendo il territorio comunale in cerchi concentrici, è possibile isolare quattro porzioni di città: il centro, la periferia storica, la periferia anulare dentro al GRA, la periferia anulare fuori dal GRA. Ebbene sì, più si procede verso l’esterno, più diminuiscono i voti alla sinistra (al PD ma anche a SEL e alla lista Tsipras). La destra ha un andamento a “U”, forte in centro e nella periferia anulare fuori GRA. Curiosamente, un consenso speculare a quello della sinistra è quello del M5S, che prende tanti più voti quanto più ci si allontana dal centro.

Forse questo andamento era chiaro anche a chi, nei giorni immediatamente precedenti l’omicidio e poi per altre settimane ancora, tentava di costruire una presenza organizzata della destra post-fascista a Torpignattara. La notte del 18 settembre sarebbe finita nello stesso modo se il tema dell’immigrazione e dell’identità non fosse stato cavalcato con quell’intensità? Non possiamo saperlo.

Quello che sappiamo è che il tessuto sociale a brandelli delle periferie storiche è in continua mutazione e che le risposte della politica cittadina sono largamente insufficienti, quando non apertamente controproducenti (si veda il questionario menzionato in apertura). È opinione di chi scrive che solo il protagonismo della cittadinanza attraverso le mobilitazioni su specifiche vertenze possa modificare il nefasto stallo che si è creato in città, basato sull’equilibrio tra interessi fondiari, consorterie consolidate e politica. E una risposta in questo senso è arrivata proprio all’indomani dell’omicidio di Shahzad, con un fiorire di mobilitazioni e di vertenze promosse dal tessuto associativo che storicamente presidia il quartiere. Da noi/loro, Italiani/stranieri, la dicotomia si è spostata all’opposizione territorio/istituzioni e, per un certo tempo, il tentativo di strumentalizzare il disagio per aprire a infiltrazioni postfasciste è stato respinto. Non senza prezzo, però.

Tenere assieme i tre mondi (chi viene da altre parti del mondo, chi viene da altre parti della città, chi è costretto a restare) comporta la rimozione di quello che è accaduto. Non si parla di razzismo, non si vuole dividere il territorio, non si vogliono urtare sensibilità. Ancora oggi, non una targa, non un fiore a ricordare la giovane vita brutalmente terminata in quell’afosa sera di settembre. Ancora oggi, la moglie e il piccolo che Shahzad non aveva neanche avuto il tempo di conoscere, mancano del proprio padre e marito, che era partito per lavorare all’estero e non è più tornato.

Non stupisce allora che, fra tutte le iniziative che si sono succedute nell’autunno 2014 e poi per buona parte del 2015, non ve ne fosse una destinata a loro. È ora, invece, di ripartire da questioni concrete e realizzabili. Possiamo e dobbiamo promuovere solidarietà concreta verso questa famiglia, travolta da un omicidio di stampo razzista. Possiamo e dobbiamo parlare di dinamiche virtuose di convivenza, quando non di integrazione. Possiamo e dobbiamo promuovere iniziative di contrasto a xenofobia e razzismo, prioritarie oggi più che mai.

Robert Castrucci, 20 febbraio 2016

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Marino: Tre indizi, un colpevole e qualche cadavere

Questa è un’indagine sui generis. Un’indagine in cui il colpevole è certo ma resta indeterminato il numero delle vittime e rimane ignoto il movente.
Sulle vicende del Sindaco di Roma Ignazio Marino, la strategia del Partito Democratico va senz’altro interamente ricondotta al suo Segretario, incidentalmente anche Presidente del Consiglio.
Ci si chiede da cosa sia originata e dove voglia portare codesta strategia.
È la panda rossa?, sono gli scontrini?, le vacanze?, i funerali di Casamonica ?

Ma davvero?

Interrogati su quali siano le reali motivazioni – sì, ma perché? – che spingono il PD a disarcionare il proprio Sindaco- umiliandolo -, per giunta al di fuori di percorsi e luoghi istituzionali – al pari del Sindaco – democraticamente eletti, come il Consiglio Comunale, balbettano:

  1. “Si è interrotto il rapporto con la città”
  2. “non sussistono più le condizioni politiche”
  3. “Il PD è già oltre la sindacatura Marino”

Indizio numero Uno: Il rapporto con la città non c’è mai stato

Con quale città si è interrotto il rapporto e, di grazia, quando? C’è mai stato? E, se sì, con chi? Prima di questo vorticoso accumularsi di cotante grottesche vicende, conoscevo poche persone che condividessero fino in fondo il programma di Marino e che esultavano di fronte alla pedonalizzazione dei Fori: ciclisti, qualche urbanista, archeologi, …
In compenso, oggi, il numero di cittadini sostenitori del Sindaco sembra aumentato. Non solo e non tanto perché dopo due anni di azione amministrativa, qualcuno inizia a capire la sensatezza dell’insano intento di voler far rispettare la legalità nella città di Roma, come unico antidoto di una cittadinanza atomizzata e frammentata tanto a livello sociale, politico ed economico, quanto a livello spaziale e urbanistico nei confronti dei cento e mille interessi particolari che la tenevano in ostaggio.

Marino sembrerebbe crescere nelle simpatie dei Romani, nonostante la batteria di fuoco sparata da ogni livello di potere nell’Italia che conta (dal Papa ai maggiorenti di Roma, passando per la Presidenza del Consiglio) o che vorrebbe contare (dal Presidente del PD e suo commissario romano all’insolitamente loquace Fabrizio Barca), che tosto si è sovrapposta ai piccoli e noti poteri che in contanti campavano nella capitale e sulle sue spalle (dai palazzinari alle famiglie del commercio ambulante organizzato, dai cattobigotti omofobi agli incarogniti campatori di risulta delle tante aziende pubbliche locali la cui missione ufficiale di erogare servizi era in realtà seconda alla prima e vera ragione sociale: il foraggiamento di un sistema imprenditoriale, di dazione di denari e di posti di lavoro, di potere e di case in affitto agevolato, di stamperie di biglietti clandestini e di arricchimenti sulla spazzatura) e sulle voci di una consistente parte di cittadini, per nulla toccata dall’azione amministrativa e che non vedeva miglioramenti nella propria vita quotidiana.
Non solo e non tanto – dicevamo – nonostante siffatti martellanti bombardamenti, ma forse è anche in virtù di questi che il romano, eterno disincantato vivente all’ombra del potere – chi amministra, amminestra -, inizia a pensare che di fronte a tanti nemici, forse Marino qualcosa di buono lo stia facendo.

Perché dunque, si sostiene che si sia interrotto il rapporto con la città, quando questo in realtà, non c’era mai stato (ma si rischia di crearlo proprio come conseguenza boomerang della citata strategia)?

Quale novità è intervenuta?

Si pensa male e si fa peccato a considerare l’inaudita giubilatura americana di Papa Francesco come una novità degna di rilievo in questo senso?

Ad ogni modo, ci si azzecca? Oppure è condizione necessaria ma non sufficiente a giustificare un tal carico di fuoco – Orfini ha evocato la bomba atomica! – sparato contro un amministratore locale nell’attuale Italia gestita ormai quasi del tutto a livello centrale, grazie al sapiente governo dei flussi finanziari e delle onde catodiche?

Indizio numero due: le condizioni politiche sono mutate

Quali sono dunque queste mutate condizioni politiche invocate dai dirigenti romani del PD quando richiesti di giustificare una linea che, nel travolgere il mandato e la figura del sindaco, porterà ad auto-immolare anche il partito da loro diretto?

C’entra o non c’entra l’allargamento della maggioranza parlamentare conseguita a livello nazionale in occasione del varo della riforma del Senato?
C’entra l’ingresso di Verdini e verdiniani in maggioranza e lo scioglimento delle componenti centriste della maggioranza di governo, in attesa di essere roganicamente inglobate nel nuovo Partito della Nazione?

renziverdiniSono queste le mutate condizioni politiche, ovvero il superamento del carattere occasionale di un governo di larghe intese fondate sul compromesso parlamentare tra uno schieramento di centro-sinistra e uno di centro-destra, in vista di un riallineamento strategico dell’asse del PD nell’area di centro, erede del posizionamento democristiano?

Roma è pur sempre la capitale d’Italia e la città sede del Vaticano. Il superamento della Seconda Repubblica, fondata sull’alternanza al governo di centro-destra e centro-sinistra, passa necessariamente per la distruzione dell’amministrazione locale capitolina?

Considerata isolatamente, la condizione non sembrerebbe necessaria e tantomeno sufficiente. Perché mai la sindacatura Marino dovrebbe essere d’ostacolo al progetto neocentrista di Renzi e Verdini?

Ma se combinata con gli interessi – quelli spirituali ma soprattutto quelli temporali – della Chiesa, potrebbe assurgere quantomeno a condizione necessaria, ancorché non sufficiente. È necessario il sigillo curiale all’operazione neo-democristiana? E nel suo prezzo c’è l’annientamento di Marino?

Indizio numero Tre: il superamento della sindacatura Marino

Il PD è già oltre. E dov’è andato?

Non è certo andato a cercare un altro candidato che possa rappresentare un polo progressista da contrapporre a un polo moderato in un’elezione diretta. Non lo è andato a cercare a Milano (ri-novella capitale morale, a dichiarazione del magistrato prestato all’azione amministrativa anticorruttela Cantone), dove quasi certamente salteranno le consultazioni primarie in favore dell’investitura dall’alto di una figura centrista, in grado di attrarre la borghesia moderata.

E non lo verrà a cercare di certo a Roma, dove peraltro, anche in seguito alla dissennata strategia harakiri, risulta dimezzato nei suoi voti potenziali .

È già oltre la sindacatura Marino significa che è già oltre la figura di un sindaco eletto dagli elettori?

Già oltre nel senso che per qualche tempo – c’è il Giubileo, poi ci sarà da approvare la riforma degli enti locali, le città metropolitane, da risolvere il pasticcio delle provincie e da riformare anche le unità regionali – Roma sarà amministrata da un commissario di nomina governativa?

Mi permetto di far notare la novità: ce lo aspetteremmo da un Governo che ha soppresso l’elezione dei consigli provinciali ma non delle Provincie? Ce lo aspetteremmo da un Governo che ha fatto abolire l’elezione diretta dei Senatori ma non il Senato? Boh?
Un po’ forse ce lo si potrebbe aspettare che, per il bene del popolo – sempre per il bene del popolo, naturalmente – si richieda che questo non intervenga nelle scelte su chi lo debba governare.

Almeno per un po’, dai su. Una volta sola: proviamo e vediamo se ti piace. Poi torniamo a farlo normalmente. E dai, su.

È qui che va il PD, verso una nuova formazione neo-centrista che governi a livello nazionale e che gestisca le articolazioni locali dello Stato come proprie emanazioni?

Tre indizi, ancora nessuna prova ma più di un cadavere

Agatha Christie sosteneva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza ma tre indizi fanno una prova. Ma questo non è un poliziesco, un giallo e neanche un telefilm.

agatha-christie

Naturalmente se si escludono “House of cards” – che il Presidente Renzi indica come visione consigliata per tutti i quadri del suo partito e il cui copione sembra seguire pedissequamente – Romanzo Criminale e Suburra, entrambi superati dai fatti.

Quindi tre indizi restano tre indizi. E tre giustificazioni senza contenuto restano tre forme vuote in cui ciascuno inserisce quello che meglio crede. Io ci ho messo quanto sopra.

Abbiamo un colpevole. Sappiamo chi detta l’agenda, chi formula la strategia, chi oggi fa le “telefonate da Roma” e non escludiamo l’intenzionalità dell’esecuzione.
Mentre ci esercitiamo nel cercare il movente, iniziamo a scorgere le prime vittime e lungo il fiume cinese ci passano innanzi un po’ di cadaveri:

Ignazio Marino. Forse resisterà ancora qualche settimana, forse qualche mese, i più arditi sperano ancora tre anni ma ormai la sua stella politica pare tramontata. Potrebbe ripresentarsi a testa di una lista civica, perché ci crede o “per tigna”, potrebbe anche prendere un po’ di voti, potrebbe addirittura contribuire a determinare l’elezione di un candidato piuttosto che un altro ma difficilmente riuscirà ad essere rieletto sindaco. A meno di condizioni eccezionali come quelle verificatesi a Napoli con De Magistris.

Matteo Orfini. Come sostiene Gramellini su La Stampa di oggi, “Orfini è la prova vivente dell’astuzia di Renzi, che dopo avere rottamato i vecchi del partito togliendo loro le poltrone, ora rottama i giovani e potenziali concorrenti semplicemente assegnandogliele.”

Il PD di Roma (in attesa di trovare il cadavere del PD nazionale). Non si solleverà più da questo disastro.

La democrazia rappresentativa. Non importa chi voti, importa chi vota il potere. Se voti diversamente, il potere farà in modo di vanificare il tuo voto e, al limite, di togliertene la facoltà.

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Chiamate Matteo

Il Sindaco Marino ha ritirato le dimissioni.

Adesso si dimetteranno i 19 consiglieri del PD.
No, forse solo 15, oppure 12, o 10.
Il PD chiederà ai rappresentanti delle opposizioni di dimettersi anche loro ma senza garanzie.
Nel frattempo, nel consiglio comunale consiglieri dimissionari voteranno (con chi?, con le destre?, la mozione in campo del M5S?) per “sfiduciare” un sindaco non più dimissionario.

– No, contrordine: non ci si dimette più, si vota la mozione …
– quale mozione? Dov’è?
– Ah, sì, c’è quella del M5S, votiamo quella.
– No, non si può votare la mozione a quelli, poi sai che romanzetti sul sacro blog…
– Allora presentiamo una mozione noi.
– Ok, la potremo votare non prima di 10 giorni e non più tardi di 30. Ma quelli che fanno, ce la votano?
– Boh?! Noi non gli abbiamo voluto votare la loro.
– Ok, riunite i conisglieri.
– Chi, quelli dimissionari o quelli non dimissionari?
– Ma i consiglieri dimissionari hanno 20 giorni per ripensarci o meno (o più)?
– Ma riusciranno ad essere nel pieno dei loro poteri in tempo per votare la mozione di sfiducia?
– Non lo so, non lo so: chiamate Matteo.
– Quale Matteo?
– Quell’altro.
– Non risponde
– Ok, allora facciamo così: non gli votiamo il bilancio; lo mandiamo sotto e poi il Governo lo commissaria. Entro dicembre, massimo gennaio, ce la facciamo.
– Quindi non si dimettono i consiglieri?
– Non lo so!
– Che dice Matteo?
– Quale Matteo?
– Quell’altro.
….

Spermarino

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Onestà

Città polverizzata
Atomi scorrono sul Tevere e si scontrano
Tra loro.
Dentro e oltre al Fiume affogano
Nel fango del malaffare.

E molecola non si aggrega in un corpo pesante
E pensante lo scontro
Coi guardiani del potere – molle, eppur solido
Dei soliti – E dunque,
L’onestà, parola frusta e consunta,
Nasconde il volere nuovo di cercare
Ancora, oltre e contro questi
Squallidi padroni piccoli
Piccoli ma dal grande appetito.

Stanchi di essere portata,
Piatto unto e lacero e posata
Dell’altrui godere mangereccio,
Dietro la facciata dell’onestà
Chiediamo altro:
Un’altra città
Un’altra vita che non le file, il cemento,
Il tempo sottratto ad arricchir le vite loro.

Una parola che dia la forza di unire
Il diviso e sommare il sottratto.

Marino

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