Siate buoni, siate giusti

Siate buoni, siate giusti
mantenete (e sviluppate) i vostri gusti.
Senza perdere per strada
la capacità di emozionarvi,
di compiacervi e di stupirvi:
al di fuori c’è di più. Sempre.
In cielo e in terra la filosofia,
Nella bellezza l’attrazione
verso l’altro
e sempre, la stella maggiora la filosofia
e la fa scienza,
la beltà supera l’altera distinzione e si fa ponte,
fremente d’amore,
a coprire il vuoto che si va riempiendo di nulla:
da cui provengono le nostre misere e squallide idee.

Buttatele a mare!
Abbiate il coraggio di annegarle, ingaggiate battaglia
e uccidetele senza pietà.
Ve ne verranno di nuove e di migliori
a ripagare il coraggio avuto nello scacciare quelle.
Sempre loro, lente e note, tronfie e scotte.
Se c’era un bambino buttavamo pure lui,
l’acqua sporca la beviamo: siamo vaccinati.
Per un giorno
E forse anche per due

Tacciamo in ascolto, forse parla l’universale
Oppure qualcuno ha scorato

Advertisements
Posted in Uncategorized | Leave a comment

Osservo canaglia

Osservo canaglia che abbaia.

Comportamenti fascistoidi: discriminazioni, annichilimento delle ragioni di chi agisce per cause non condivise da chi ritiene che la misura di tutto sia il proprio buco del culo.

Un fiume in piena scorre esondando – gemeinschaft e accuse infamanti – mortifica le voci discordi e lancia calunnie, false ma verosimili, orribilmente sbagliate: degradanti per chi le fa proprie.

Chi non accetta il corso del fiume (che cresce e cresce ancora)?

Chi resiste alla sua corrente impetuosa?

Chi vi annega dopo aver visto impotente i propri fratelli annegare nel mare?

Ma il fiume scorre e ti trascina e ti manca la forza di opporti al suo corso.

Restano gli argini cui aggrapparsi e che forse possono contenerlo, finché non straripa. Poi travolge tutto. Saprà questo fiume esondare? E poi, dove s’infiltrerà l’acqua, una volta superati gli argini istituzionali?

E come rispondono gli argini, tengono?

Il Presidente? La Magistratura? La Chiesa? La Stampa? Le Forze armate? La Polizia?

Sono loro i nostri baluardi democratici?

O sono gli argini deboli pronti a cedere alla prima piena del fiume?

Mi hanno detto xenofilo, razzista verso la mia gente, perché non accetto che si possa festeggiare alla morte di chi teneva tutte le sue speranze e della sua gente in una borsa caduta nel mare subito prima di lui.

Ma io mi chiedo: quando è successo che l’amore è diventato un bene finito? Chi l’ha deciso che se vuoi bene al vicino devi odiare il lontano?

Non sarà fascismo, ché la storia difficilmente si ripete, ma evolve in fretta e c’è tanta violenza verbale. A tratti ho paura e penso ai diversi, agli esclusi, ai perdenti: mi sono sempre sentito diverso, escluso, perdente.

Tremo ferito per l’umanità caduta chissà dove e chissà quando tra l’ennesima umiliazione subita e l’ultimo rabbioso ringhio del potere.

E bisogna anche guardarsi da chi poteva e non ha fatto. Da chi ha giocato col fuoco arricchendo se stesso e accumulando potere, rendendosi causa accessoria di questo disastro. Oggi è di fianco e finge di stare con noi, pronto, ancora una volta, a tradire irridente.

Oggi ancora una volta mi sento da solo, come i milioni di esclusi. Qualcosa ci unisce ma tutto sembra tenerci divisi.

Posted in Immigrazione, Intellettuali, Politica | Tagged , , , | Leave a comment

La vittoria di Salvini e la regressione nel Paese

Io non ho paura di 629 migranti.

Non ho Io non ho paura di 123 minori non accompagnati

Non ho paura di 11 bambini.

Non ho paura di 7 donne incinte.

Ho paura della vostra gioia nel negargli approdo.

Ho paura del male che vi ha mangiato il cuore.

(da Vento ribelle)

Una vittoria tattica e una sconfitta epocale

Con l’apertura del governo spagnolo alla nave Aquarius, sembra configurarsi una vittoria netta per la linea dura adottata dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che pone un precedente nella possibilità di distribuire i rifugiati prima che arrivino in Italia. Visto che, dopo che sono arrivati, nessuno se li vuole prendere.

Una vittoria tattica che potrebbe portare a strappare qualche concessione in Europa sull’assunzione di responsabilità anche degli altri Paesi.

Ma è del tutto evidente che la vitttoria vera non è quella del paese bensì quella politica e personale di salvini che, avendo dimostrato di essere pronto a uccidere bambini per mantenere gli elettori nel proprio cupo risentimento e nel proprio esaltato complesso di inferiorità, guadagnerà altri voti fino a raggiungere una schiacciante maggioranza. Non domani, forse, ma dopo Sì.
E potrà sempre dire, un domani, che lui quelle persone, africane e negre, le avrebbe volute morte e, invece, sono arrivati quelle pappemolli, sinistrati buonisti e mezzi gay di spagnoli/europei e gliel’hanno impedito.
E i nostri connazionali, i nostri vicini di casa, i genitori dei compagni di classe dei nostri figli e anche i nostri parenti, lo voteranno e li sosterranno, attratti dalla promessa che poi non si faranno più prigionieri.
Poi sarà così: un negro è un negro e chi li aiuta è anche peggio. Dunque? Affondino tutti. E quelli che non affondano li andremo a prendere a casa.
E ci nutriremo della loro morte per dimenticarci di essere morti dentro: pronti per ogni guerra, minorenni e minorati proni al potere, vaccinati all’orrore, chiusi nel labirinto asfissiante dei nostri pregiudizi.
Il declino economico, pur grave e devastante, sarà il meno di quanto ci verrà inflitto.
E passeranno venti anni o forse più e quel regime schifoso finirà e sarà sostituito da un regime ancora peggiore.
Ecco perché è una vittoria.
Niente è più come prima.

Il combattente ha lottato bene, si è difeso, ha attaccato, ha diviso le forze avversarie scofiggendole a piccoli gruppi, ha mostrato valore, talento, capacità tattica ma ora, di fronte all’immane sproporzione di forze, lo schiavo si appella alla clemenza del Cesare, che l’ha visto combattere, che potrebbe tenerlo in vita, visto il coraggio e il valore dimostrati, visti quanti altri ne sono morti perché lui arrivasse fin lì.

Cesare solleva il pollice e il popolo, inferocito, gli urla di volgerlo al basso: lo spettacolo consente una sola opzione e verso il basso gira il polso nel boato della folla, assetata di sangue, di morte e di spetacolo.

Il segno di un’epoca e della sconfitta di una cultura della solidarietà e dell’inclusione.

 

I veri riformisti

Leggo di molti elettori, simpatizzanti e dirigenti Democratici che sono indignati per la piega presa dagli eventi intorno alla nave Aquarius. Ma lo scenario era prevedibile, di cosa ci si stupisce? Sapevamo che avrebbero fatto questo. E sappiamo anche che avrebbero fatto di peggio. Non vi ricordate cosa disse Salvini all’indomani dei fatti di Macerata? Disse: “la colpa è di chi ci riempie di clandestini“. Lo sapevamo che erano così. Così come sapevamo che i 5 stelle erano un ibrido, che poteva evolversi in direzioni imprevedibili.

Eppure pochi mettono in relazione questa involuzione dei 5 stelle, il loro accodarsi al razzismo di Salvini con la scelta deliberata, da parte del PD, di non aprire un dialogo con loro per esplorare la possbilità di dar vita a un governo di tregua.

Era lungimirante la scelta di Stefano Rodotà, in linea con il suo pensiero e con il suo impegno di sempre: la costituzionalizzazione dei bisogni e l’attrazione in ambito costituzionale dei diritti emergenti. Da qui la sua creativa e fondativa attenzione al tema della Privacy, da qui il suo impegno per la laicità dello Stato, per il diritto all’accesso ad Internet e per una sua costituzionalizzazione. Da qui l’impegno per l’acqua pubblica e per i beni comuni. Da qui i suoi moniti contro le striscianti forme di populismo digitale. Quello di accettare candadidatura a Presidente della REPUBBLICA da parte di Rodotà è stato un gesto profondamente riformista, coerente con una vita spesa alla difesa dei diritti come argine alla prepotenza, allo strapotere dei privilegi e dei mercati. Mettere la propria storia, la propria autorevolezza, il proprio corpo per affrontare l’emergenza democratica che stiamo attraversando. Votare Rodotà significava unirsi al tentativo di costituzionalizzare il Movimento 5 Stelle. Opporsi alla sua elezione significa, invece, resistere all’inevitabile cambiamento della sua cultura politica.

Sappiamo come andò allora, il PD di Bersani non seppe cogliere l’opportunità e ne usci ridicolizzato, ponendo le basi per la conquista del partito da parte di Renzi, che non ha mai fatto mistero di voler chiudere le istituzioni, non aprirle. Che ha promosso una riforma costituzionale in cui la chiave della governabilità annichiliva ogni e qualisasi altra istanza, a partire dalla partecipazione popolare, che invece rappresenta la benzina nel serbatoio dei 5 stelle.

Oggi ci ritroviamo, più di cinque anni dopo con le forze che scemano. Molti errori sono stai fatti.

Naturalmente oggi, tutti quelli che erano convinti che i M5S fossero dei cripto-fascisti, possono, con qualche malcelata soddisfazione, affermare: avevo ragione! Visto?

E non potremo al momento smentirli coi fatti.

Ma possiamo, invece, ribadire che non molto è stato fatto per impedire questo esito e che, anzi, proprio il comportamento del PD ha attivamente incoraggiato il loro spostamento a destra.

Alla faccia del riformismo. Qui si è giocato con la pelle degli Italiani e con la degradazione della cultura nazionale per meri calcoli di convenienza elettorale. Un cinismo irresponsabile e devastante.

Le persone non solo palle, e neanche i partiti

In politica non è come nel biliardo, dove bisogna solo calcolare traiettoria, forza ed effetto impresso alla palla.

Le palle di biliardo, quando colpite mutano la prorpia traiettria in base alla forza che conservan e che si scambiano con ‘ostacolo incontato. Le persone?

Anche il mutare delle persone passa per l’incontarsi (o lo scontrarsi) con altre persone e ne deriva anche lì un mutamento di traiettoria, questo vale ancora di più per le organizzazioni.

In politica non si ha a che fare con le bocce ma con le organizzazioni, la cui cultura politica e i cui comportamenti reagiscono in complemento e in opposizione a quelli di altri gruppi.
Dire oggi che M5S si è fascistizzato perché questo era il suo esito NECESSARIO è un’affermazione molto poco politica, perché il PD, ad esempio, avrebbe potuto intercettare la traiettoria del M5S e favorirne l’evoluzione verso un altro esito. Invece ha preferito i pop corn. Invece di fare politica, si è seduto accettando passivamente il volgersi degli eventi, senza fare politica, senza rendersi determinante nel tentativo di ‘evitare che questo scenario si realizzasse.
Il PD questo scenario lo ha voluto quanto loro e ne è responsabile allo stesso modo.
A nulla vale dire che esprimerebbe altre politiche, se solo avesse avuto i voti e la possibilità di governare. Voti e possibilità li avrebbe avuti se avesse avviato la legislatura facendo politica anziché facendo il bambino complessato che gioca solo se può fare il capitano.

 

Per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Posted in Immigrazione, Politica | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Gli Intellettuali narcisisti e la democrazia

Da lungo tempo mi dedico agli intellettuali e alla loro obsolescenza. Ho anche organizzato un paio di seminari sul tema, scrivendo saltuariamente anche qualcosa. Molto lavoro l’ho fatto con Francesco Antonelli, poi lui è andato avanti e io mi son dovuto dedicare ad altro. Pur condividendo le sue elaborazioni, penso che se avessimo proseguito insieme, avremmo prodotto qualcosa sì meno enciclopedico ma forse più ficcante.
Ad ogni buon conto, in fase di riflessione post-postelettorale (dopo la formazione del Governo Conte, insomma) Serena Ferrara mi seganala un pezzo sulla crisi della democrazia, che mi permette di tornare sul tema in maniera meno accademica e più polemica.

Evviva!

Da questa recensione di Sergio Benvenuto al libro di Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, mi sono fatto l’idea che il libro stesso non meriti ulteriore tempo. La questione della Democrazia sì, ovviamente. Così come quelle del Capitalismo, del Lavoro e delle Migrazioni.

Ma qui vorrei spiegare perché non sono minimamente d’accordo con quanto trae il recensore del citato libro, Sergio Benvenuto (e probabilmente, manco con quanto scritto dall’autore del libro stesso). In qualche modo ripresenta l’intento di Wilhelm Reich quando scrisse il suo La psicologia di massa del fascismo. E cioè, di dare risposta alla domanda: perché le persone non perseguono il proprio interesse quando si esprimono politicamente (cioè, quando votano)? Ecco, dopo anni, sono giunto a capire che non è tanto che non c’è una risposta univoca e corretta a quella domanda ma è che è proprio la domanda ad essere sbagliata.

Torniamo al testo. Vi si afferma che un popolo può liberamente decidere di rovinarsi, come accade a certi individui, che decidono liberamente di rovinarsi e che questo rappresenti una contraddizione fondamentale nel genoma stesso della democrazia: grazie al narcisismo che essa genera, ci si aspetta che loro (i politici) risolvano i problemi, ma per risolverli costoro devono esercitare un’autorità, devono infliggere “le spine del comando” e limitare l’autodeterminazione su cui la democrazia si fonda, eppure questa limitazione è costantemente rigettata.

Interessante.

Interessante anche la premessa che il narcisismo è diverso dall’individualismo (un sentimento ponderato e tranquillo, il valutare oculatamente i costi e benefici, e difatti tutte le teorie liberali si basano sull’individuo come homo rationalis, come buon calcolatore dei propri personali vantaggi). Il narcisista invece è una personalità fondamentalmente irrazionale.

Ecco, e già comincio a dissentire: Si cita Toqueville e il suo individualismo “ponderato e tranquillo”, in grado di valutare oculatamente i costi e i benefici. Insomma, stiamo al paradigma utilitarista su cui si fonda l’economia politica moderna che, proprio a causa del suo limite intrinseco, ha creato il bisogno di altre scienze sociali, come la psicologia, la sociologia, l’antropologia.

Più rozzamente: le qualità invocate per l’homo rationalis sono profondamente borghesi. Eccolo lì, l’uomo razionale, che se ne sta fuori della porta della sua villettina a rimirare la sua siepe di rose nel suo bel giardino privato e, mentre rabbocca la sua pipa di radica, pensa: qual è la scelta più razionale per abbattere lo spread e tutelare i miei risparmi?

Invece no. Prosegue il nostro autore mediato dal recensore. “Il narcisista” no, lui non vive in villetta ma in quegli orrendi palazzoni di periferia che manco vorrei vedere quando ci passo per sbaglio, non fa un lavoro creativo, anzi: ha finora solo venduto le bibite allo stadio (come se fosse una colpa). La sera guarda i reality, anziché andare a teatro, è abbonato a Sky per vedere le partite, non all’Accademia di Santa Cecilia per ascoltare i concerti. Dunque, sto puzzone, sto narcisista, che fa?  “tende all’ira e alla protesta perenne, divorato da una frustrazione che lo assilla. In modo stringato, possiamo dire che il narcisista è chi si crede. Chi crede solo nella propria opinione, e che crede soprattutto nei propri desideri.”

Eccolo là, non solo vive in una casa di merda, con consumi culturali penosi, ma, addirittura, ritiene di avere una propria opinione (ma che mondo, signora mia!). Sta sempre a protestare (mica come me, che mi godo il mio giardino di rose), è un frustrato (io no, invece…) Ma chi si crede di essere sto narcisista?

Comunque, prosegue l’autorecensore, “siccome nella vita sociale ci sarà sempre qualcuno al di sopra di lui” (esiste, questo fatto mi disturba. Però è subordinato, questo fatto mi consola. Anche io, come lui, esisto ma, a differenza di lui non sono subordinato: mi distinguo e mi sento meglio) “sentirà conficcate nella sua pelle le spine del comando ogni volta che ubbidirà a qualche ordine, e tutte queste spine costituiranno “un duro cristallo di rancore”. Perciò le democrazie sono caratterizzate da un cumulo di rabbia contro chi “comanda”.

Il bruto dunque non potrà che risentirsi ogniqualvolta sarà costretto a gettare la spazzatura in modo differenziato, a parcheggiare la macchina nelle strisce, a pagare le tasse o a non sputare per terra. Uno così non può che essere risentito quando lo si costringe a una convivenza civile. Noi che siamo gente di mondo (e che fumiamo la nostra bella pipa godendoci il nostro giardino) lo sappiamo bene!

A livello politico, poi, “I cittadini avanzano richieste incompatibili fra di loro. Insistono perché i loro problemi siano affrontati in maniera più efficace, e perciò chiedono più controllo sociale. Allo stesso tempo, si oppongono a qualsiasi forma di controllo sociale si associ ai valori gerarchici che hanno imparato a scartare e rigettare”. E via con l’autorità che da una parte s’invoca e dall’altra si rifiuta.

Ma com’erano belli quei tempi in cui “le persone semplici, non colte, mi chiedevano spesso “Professore, ma per chi devo votare?” (…) Oggi invece le persone senza cultura non sanno che farsene non solo delle mie idee politiche, ma di quelle di tutti i professori.” Ecco, addirittura pretendono di avere delle idee proprie, senza che nessuno gliele abbia insegnate?!?

Purtroppo, signora mia, “la democrazia è quel regime politico in cui “il popolo è sovrano”, quindi ciascuno si sente sovrano nel pensare e nell’odiare. Ormai contano le opinioni dei singoli, ovvero la loro somma, non l’autorevolezza delle opinioni: se un’opinione è diffusa, diventa ipso facto autorevole. Se un libro si vende bene, allora è un capolavoro. Se un leader cialtrone prende una barca di voti, diventa ipso facto un grande uomo politico.”

Io credo, per inciso che l’autorecensore soffra molto per il fatto che i suoi libri non siano molto diffusi e quelli di Bruno Vespa sì. Chiuso l’inciso.

Il cuore del ragionamento è questo:

Ora, ciascuno è convinto che la propria opinione sia quella giusta, anche se in realtà non sa nulla di ciò di cui ha un’opinione. In democrazia, dicevano gli antichi greci, prevale la doxa, l’opinione, non l’epistheme (il sapere).

Del resto, per ogni opinione, per quanto becera, si riesce a trovare sempre qualche “esperto” che la puntelli o la legittimi. (…) Il narcisismo è insomma l’arroganza dei propri desideri e delle proprie opinioni; non conta più il percorso – di studio, riflessione, informazione, confronto con esperti – che porta ad avere un’opinione che pesi.

Giustamente coglie l’autorecensore, che “il principio di autodeterminazione di ciascuno porta a un indebolimento progressivo della politica. Da qui il crescente discredito dei politici: essi fanno da capro espiatorio di questa contraddizione fondamentale.”

Erroneamente l’autorecensore si pone al di fuori dell’equazione e non capisce che lo stesso discredito che tocca il politico riguarda gli intellettuali lato sensu. Troppe fregnacce si direbbe a Roma: non gli si crede più.

Prendiamo qualche esempio e poi chiudo, (che è più lunga questa recensione della recensione che non la recensione stessa). Prosegue il nostro autorecensore “Si prenda il caso esemplare della lotta all’evasione fiscale: questa dovrebbe essere popolare perché permette allo stato di avere più fondi per i servizi pubblici, per il sistema sanitario…, ma essa comporta una decurtazione del reddito di chi prima evadeva. Solo questa decurtazione viene vista, e biasimata.”

Ecco. Il popolo (bove!) non vede quanto sia bello prendere i soldi dall’evasore e versarli nella sanità, nella scuola, nei servizi. Perché non lo vede? Perché lo vedo solo io?

Provo a rispondere: lo vedi solo tu perché non è vero! Sono anni che la qualità dei servizi pubblici diminuisce costantemente. Sono decenni che si cerca di aumentare l’avanzo primario per pagare gli interessi sul debito. Per cui, nel caso dell’evasione fiscale, la decurtazione viene vista perché c’è. Il miglioramento dei servizi pubblici non viene visto perché non c’è. Direi che è proprio finita l’epoca in cui un intellettuale poteva anche solo immaginare di spiegare a una persona quali fossero i suoi veri interessi.

Un altro esempio? Eccolo: “molti denunciano questo crescente potere tecnocratico e rivendicano più democrazia, ma non si rendono conto del fatto che la secessione di molte funzioni dalla “politica” – banche centrali, magistratura, FMI, WTO, ecc. – è proprio un ammortizzatore della democrazia frutto della democrazia stessa: rispetto all’autodeterminazione di tutti contro tutti, le istituzioni non elette, “tecniche”, pongono dei paletti fondamentali che impediscano le derive. Così, le costrizioni esterne imposte dai trattati internazionali, che il narcisista delle democrazie rigetta rivendicando la propria autodeterminazione nazionale (o regionale), rientrano.”

Ecco: è chiaro? Il FMI ci vuole bene! Il WTO ci ama! E se si sono sottratte al controllo democratico è solo perché voi, puzzoni narcisi, gli avreste imposto la vostra volontà figlia del cattivo gusto e delle baracche di merda in cui abitate. E invece loro, proprio perché vi vogliono bene, vi impediscono di mettere le vostre luride mani su quelle decisioni che spettano invece ai giustamente selezionati esperti.

E qui, aggiungerei: quanta frustrazione per l’autorecensore di non poter far parte di quella schiera scelta di intellettuali col timbro che possono prendere decisioni senza tema di essere contestati. Che possono morire per le masse senza doverci vivere in mezzo!

Invece lui, purtroppo deve esercitare questa funzione minore: quella di dover spiegare a una persona che quello che pensa è sbagliato.

Terzo esempio. “Si dice: Se noi italiani potessimo decidere tutto quello che vogliamo, senza tener conto dell’Europa, saremmo più liberi… Si tratta ovviamente di un’illusione, perché rinunciare ai vincoli volontari non evita affatto i vincoli involontari, quelli imposti dai mercati internazionali, ad esempio. Rinunciare ai vincoli con altri stati ci mette in balia di forze economiche e politiche internazionali per noi ancor più incontrollabili.

Ecco, insomma, eravamo partiti dalla contraddizione fondamentale della democrazia (il narcisismo dei puzzoni), proponendoci come esperti di scienze politiche, con qualche interesse per la psicanalisi e la poesia. Ed ecco che la nostra patente di esperti ci dà il diritto di pontificare su tutto: laddove centinaia di economisti si scannano a livello internazionale, sostenendo ora i vantaggi, ora gli svantaggi della moneta unica per questo o quel paese, per questo o quel gruppo sociale, eccolo là che arriva il nostro intellettuale, con la sua pipa rabboccata che ci dice: “è un’illusione!”.

Certo, lui ne è sicuro, lui è quello che ci spiega cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo pensarlo e perché. Quindi, tutti dobbiamo convenire….

Molto argutamente, il nostro sostiene “il paradosso è che la credibilità dei politici si abbassa sempre più man mano che essi si convertono alla demagogia, diventando “cantastorie”. Eppure non si avvede del paradosso dell’intellettuale, che è lo stesso: Anche la credibilità degli intellettuali non politici si abbassa sempre più, man mano che tentano di farci credere cose non vere. (ad esempio, che si combatte l’evasione fiscale per migliorare i servizi…)

Oggi – prosegue il nostro – i politici promettono sempre di più a tutti, non mettono mai gli elettori di fronte alla complessità e alla durezza dei problemi sociali. Ma la demagogia dà un vantaggio effimero: prima o poi, l’elettore capisce che le promesse non vengono mantenute. E si volgerà a un altro demagogo

E lo stesso vale per gli intellettuali: tutti hanno perso di credibilità, nessuno escluso.

Ma soprattutto: è ora di finirla di pensare di poter prendere in giro le persone. O, come diceva un vecchio compagno molto tempo fa: “la gente non è più scema!”

Spero che questi appunti non mi qualifichino come grillino. E spero anche sia chiaro quello che penso della funzione contemporanea dell’intellettuale classico: prossima alla nullità.

Posted in Intellettuali, Libri, Politica | Tagged , , , , , , | Leave a comment

L’asse Lega/M5S ha la capacità di porre le basi per un’egemonia di tipo nuovo.

Il discorso populista unisce l’alto e il basso (flat tax e reddito di cittadinanza) a vantaggio dell’alto, come tutti i blocchi sociali conservativi, che non mettono in discussione la classe dominante ma ne ridefiniscono i rapporti con i gruppi subordinati (Carlo Formenti, Francesco Antonelli).
Il collante che tiene uniti questi pezzi di società, fino a farne un blocco è dato dalle intellettualità che si mettono a servizio del nuovo discorso egemonico (Per inciso, sarebbe interessante osservare quante delle funzioni tradizionalmente intellettuali possono ora svolgersi per via algoritmica e chi progetta e controlla quali algoritmi (Michele Mezza, Mario Pireddu, Antonio Sassano): a partire dal personale politico e amministrativo dello Stato, fino ad arrivare ai produttori di senso e di consenso nella strada, nella chiesa, nello spettacolo, nella scuola e giungendo, infine, ai formatori di questi (accademici, scienziati, letterati, artisti, cineasti,… Alberto Abruzzese).
Il mio amico Antonio Tursi individua la frattura decisiva su cui si basa il costruendo discorso egemonico: il frame che vede contrapposti l’establishment e l’anti-establishment. E aggiunge che sarebbe un errore accettare tale frame (perché ne rafforzerebbe la presa egemonica) per chi ambisce a presentare altri discorsi (contro)egemonici.

Partiamo dal fatto che il nuovo blocco sociale ha la necessità di fare piazza pulita del ceto politico e intellettuale che era cresciuto sul blocco sociale precedente (diciamo quello fordista, poi trasformatosi, senza successo, in quello globalista-europeista). Si pensi al vaffanculo indirizzato alla stampa, alle accuse alla casta, eccetera.

Ecco, mi pare che ne debbano conseguire un paio di cosette:
1. Accettare la frattura indicata dal nuovo blocco in formazione significa legittimarne e rafforzarne l’egemonia (Francesco Nicodemo);
2. L’attuale Intelligencija politica e culturale che incarna nostalgicamente un vecchio blocco sociale ormai superato e defunto rischia di essere spazzata via dal nuovo blocco sociale;
3. Non c’è discorso contro-egemonico senza gruppi sociali subalterni che vi vedano incontrate le proprie istanze di cambiamento (Fabio Nobile);
4. Altri discorsi contro-egemonici, fondati sulla compensazione diversa di interessi differenti, necessitano di un’intellettualità nuova, non di difendere quella vecchia (Vincenzo Susca);
5.Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Posted in Capitalismo cognitivo, Intellettuali, Intelligenza artificiale, Politica, potere | Tagged , , , , , | Leave a comment

La nuova Rai. Un contributo in memoria di Massimo Fichera

Ovvero: delle virtù del “Provizio” digitale

Lo scorso 7 luglio si è svolto un seminario di Infocivica sulla consultazione pubblica Cambierai. Riporto a seguire il testo del mio intervento

Troppo spesso e da troppo tempo si sente discutere della Tv pubblica in termini di canali da dedicare all’offerta di servizio pubblico – finanziata dal canone – e all’offerta commerciale – sostenuta dalla pubblicità. Questa proposta, alle volte articolata con una richiesta di una maggior territorializzazione o regionalizzazione di Rai Tre, si ispira alla riforma del 1987 con cui in Francia si è giunti alla privatizzazione del primo canale TF1. Trenta anni son passati da allora, la Tv è diventata digitale, si sono affermate e prosperano piattaforme alternative alla Tv terrestre. Il panorama è molto mutato in Italia anche dal punto di vista del mercato, visto che si è passati dal modello misto pubblico-privato degli anni Ottanta e Novanta, all’affermazione di un forte operatore di pay Tv come Sky, che ha portato una sana ventata di competizione. Ma già stanno emergendo nuovi e più agguerriti soggetti, che operano su di un mercato immediatamente globale. Si pensi a Netflix e ad Amazon Prime, senza considerare l’ormai maturo successo di un servizio come Youtube.
Né vale ricordare che, ad oggi, i canali di Tv lineare della Rai sono almeno 14, senza considerare le edizioni regionali, l’offerta radio e l’offerta non lineare, su cui torneremo. La citata proposta riecheggia nelle vuote stanze di qualche ministero o rimbomba nel mezzo dei programmi di qualche partito, mettendo clamorosamente in evidenza l’assenza di una vision al passo coi tempi.
Allora viene da chiedersi se, dovessero un domani essere introdotti nuovi standard ancora più efficienti – come il DVB-T2 – in grado di comprimere il segnale di un fattore 10, sarebbe obbligo della Rai spalmare la propria programmazione – e le proprie limitate risorse – sull’intera capacità trasmissiva ottenuta, raggiungendo un bouquet di 30 canali? In quel caso cosa si farebbe: 15 finanziati dal canone e 15 dalla pubblicità? 10 e 20? E con quali risorse? Con quali risultati in termini di qualità media trasmessa? Eppure, ferma restando l’evidente impossibilità per il servizio pubblico di dar vita a un’offerta iper-segmentata, come se fosse una piattaforma di pay Tv, il dibattito, come si diceva in premessa, ancora orbita intorno alle tre reti analogiche, alla casalinga di Voghera e a Pippo Baudo a Domenica In.

Credo invece con forza che qualsiasi proposta di articolazione del servizio pubblico radiotelevisivo oggi non possa che partire dalla presa d’atto che la Tv è ormai digitale, parte di un ecosistema più ampio costituito dalle innumerevoli fonti e reti connesse attraverso il protocollo internet. Le annunciate intenzioni della Rai di lanciare un’evoluta piattaforma di Tv on demand vanno nella giusta direzione ma non sono che un primo passo. Nel caso la Rai e la politica che la governa, al lento e inevitabile declino, scelgano la più dolorosa via della trasformazione, vorrei qui richiamare alcune semplici lezioni maturate dal lungo e proficuo dialogo intrattenuto negli anni col maestro Massimo Fichera.

Per la prima volta da quando è nata la Tv non è più la punta più avanzata del cambiamento tecnologico ma, anzi, lo insegue e, per molti versi, lo subisce. Per uscire dall’angolo occorre abbracciare il futuro e farcisi un giro di danza, rischiare innovando, assorbire il nuovo che è nell’aria, accettando di mettere in discussione le certezze e le professionalità fin qui acquisite.
Le risorse pubblicitarie sono in diretta competizione da una piattaforma all’altra e attraversano confini, frontiere ed oceani, così come lo è l’attenzione degli utenti, che hanno peraltro in buona parte anticipato le emittenti televisive nella migrazione su internet: immediatamente globale, personalizzata e molecolarmente strutturata. A nulla vale, quindi, aggrapparsi alle frequenze come se fossero il principale asset di cui dispone un broadcaster. Non serve un’aumentata capacità trasmissiva su cui spalmare palinsesti lineari d’essay ma nuovi strumenti digitali per facilitare l’accesso a programmi originali e d’archivio organizzati in maniera dinamica.

La definitiva separazione delle tecnologie di trasmissione dalla produzione di contenuti offre alla Rai la possibilità di focalizzare la propria mission sul lavoro editoriale, che va radicalmente ripensato per la società in rete della disintermediazione e del protagonismo degli utenti. La crisi del lavoro editoriale è una delle forme in cui si manifesta la più generale crisi del lavoro professionale e del ruolo degli intellettuali e della loro autorevolezza, incalzati dalla progressiva centralità degli algoritmi.
Si chiede al servizio pubblico di rafforzare la coesione sociale, unendo cultura alta e cultura bassa, fornendo un comune codice di interpretazione della realtà ai diversi gruppi sociali e culturali che abitano la nostra epoca di transizione. Ma qualsiasi messaggio “contenuto” nei programmi (in quelli di informazione come in quelli di intrattenimento; in quelli educativi come in quelli di varietà) è destinato a cadere nel vuoto se non si riesce a raggiungere il pubblico, ad entrare in connessione con esso, sia materialmente – con un’accessibilità potenziata da un’offerta tecnologicamente adeguata – sia emozionalmente – con un linguaggio in grado di parlare a tutti i gruppi sociali e a ciascuno di essi.
Non è un mistero che il pubblico giovanile sia in fuga, non solo dall’offerta Rai, ma dalla Tv lineare tout court. Nuovi e più avanzati modelli di fruizione si stanno prepotentemente facendo largo e altrettanto nuove e innovative imprese tecnologiche li stanno interpretando per offrire prodotti televisivi al di fuori della televisione, entrando in ascolto e sviluppando un dialogo con le innumerevoli comunità di utenti, rispondendo a bisogni emergenti.
Alla dis-intermediazione occorre rispondere inserendosi nel movimento della ri-mediazione. Nel mare magnum della sterminata offerta di contenuti amatoriali e professionali presenti in rete, la Rai deve dare il suo contributo alla generazione di senso, facendo leva, tanto sulla propria capacità autoriale, quanto sulla capacità di selezionare istanze autoriali esterne – anche quelle provenienti dal basso, dal pubblico – in linea con la mission del servizio pubblico. Un editore digitale al servizio della creatività e della crescita culturale del paese deve saper mettere a disposizione i propri contenuti in maniera aperta, in forma modificabile, manipolabile, per poi riappropriarsene e favorirne l’ulteriore circolazione che ne può derivare. Ma ci vuole coraggio e visione.

La convergenza tra media e tecnologie digitali non riguarda solo la distribuzione del segnale e l’accessibilità ai contenuti e non basta affiancare l’offerta di servizi interattivi ai programmi tradizionali. Prima o poi il digitale s’infiltrerà anche nella trama stessa del linguaggio televisivo per produrre qualcosa di radicalmente nuovo. Allora smetteremo di classificare l’offerta distinguendo tra cos’è programma (il contenuto diffuso) e cos’è servizio interattivo (più o meno accessorio al programma stesso) e ci troveremo di fronte la nuova categoria del Provizio, vera e propria crasi ontologica tra programma televisivo e servizio della società dell’informazione
Pensando a McLuhan, sappiamo che l’avvento di un nuovo mezzo di comunicazione determina sempre un adeguamento dei mezzi più vecchi alla nuova presenza. Non vi è un effetto di sostituzione totale. In questo senso, mentre il linguaggio della nuova televisione è ancora in via di definizione, già – attraverso le modalità di consumo – si mostrano le tendenze verso cui questo veleggia (riduzione dell’asimmetria tra emittente e ricevente; empowerment dell’utente; messa in discussione del ruolo degli intermediari tradizionali e ri-mediazione attraverso ibridi di algoritmi, autorialità diffusa e partecipazione degli utenti). Anywhere, anywhen, anyhow: ovunque, quandunque, in qualunque modo. Presto o tardi queste nuove modalità di accesso, con l’accumularsi di modifiche incrementali, daranno vita a un salto di qualità, rendendo il linguaggio del nuovo mezzo di comunicazione – che per comodità chiamiamo Tv su internet ma che andrebbe riconosciuto non trattasi né di Tv, né della internet cui siamo abituati – qualcosa di molto diverso dal linguaggio televisivo fin qui sperimentato; un Provizio, appunto. Un cambiamento che molto più che all’avvento del sonoro nel cinema o del colore nella Tv dovrebbe essere accostato agli effetti dirompenti sulle culture e sulle società europee innescati dall’avvento della stampa a caratteri mobili.

Abbiamo vissuto nel mondo di internet a sufficienza per comprendere che tutte le promesse che il nuovo mezzo conteneva in nuce (orizzontalità, democraticità, nuovo spazio pubblico, società dell’informazione, economica della conoscenza) si sono poi realizzate in modo diverso e – spesso – deludente (perdita dell’autorialità, omologazione, bolle informative, overload informativo, nuove forme di esclusione). Il nuovo è in via di definizione e il vecchio è da ridefinire. La Rai può scegliere se dedicarsi alla ridefinizione del vecchio, rispondendo alla domanda: cosa resta della Tv tradizionale una volta divenuto un mezzo complementare a quello nuovo, se non residuale? Oppure può decidere se, presidiando e “innovando” anche il vecchio, non sia il caso di affrontare la fortuna ostile, non condannandosi all’oblio ma combattendo trasformandosi. Morire e rinascere. Quantomeno tentare di darsi un senso e una missione nel pur ingovernabile pulviscolo digitale. Quello che non può fare e non si può permettere che le venga imposto è di continuare a pensarsi come un rimedio analogico a questioni e problemi sociali ormai ampiamente riconfigurati e sommersi dalla montante modernità liquida.

Robert Castrucci

Posted in Innovazione, Internet, Media, Rai | Tagged , , | Leave a comment

Roma, le Biciclette e gli automobilisti panzoni

Quelle quattro bici messe da Veltroni sono sparite.
Ora hanno tolto anche le colonnine presso le quali avresti dovuto trovarle. Non ci sono neanche piste ciclabili o corsie riservate.

bike sharing roma 2
Il romano medio, panzone e auto-dipendente, al punto da andarsi a comprare le sigarette in macchina, odia i ciclisti e imputa loro la responsabilità del traffico.
Al ciclista suonano il clacson e urlano improperi, risentiti.

Il ciclista romano si adatta e viaggia sul marciapiede, dove sfiora vecchiette claudicanti, taglia la strada a mamme coi passeggini e s’incazza se non ti scansi per tempo quando scampanella.

ciclista
Poi ingaggia battaglie con gli automobilisti per chi ce l’ha più duro e per dimostrargli che si sbriga prima.
Il gioco finisce quando piove; allora il ciclista romano tira fuori la panza e la infila in macchina per andarsi a comprare le sigarette.

Posted in Roma | Leave a comment